Archive for gennaio 2007

30 gennaio, 2007

Tante volte, la natura … 

Cromosomi, fantasiosi e sorprendenti.

I figli dei calciatori non riescono mai a fare i calciatori, tanto meno al livello del loro padre, e neppure i figli dei grandi scrittori, dei pittori, e perfino le cucciolate dei cantanti vedono assai raramente uno di loro essere illuminato dalla grazia del talento paterno.

Invece, incredibilmente, i figli – e perfino i nipoti, i fratelli, le mogli, le amanti – dei giornalisti sono travolti con insospettabile vigore da una tumultuosa trasmissibilità del genio originario, che denuncia la capacità mutante del cromosoma di essere contagioso come un virus, al quale basta la semplice contiguità, sia essa parentale o sentimentale.

 

Questo secondo fenomeno è attualmente allo studio, sebbene con una concentrazione di mezzi minore che non la lotta contro l’AIDS, ma in compenso è abbastanza chiaro ciò che avviene nel meccanismo genetico del primo tipo: un calciatore o un cantante, un pittore, uno scrittore – anche quelli di livello non eccellente – devono saper giocare a pallone o cantare, dipingere, scrivere.

Si vedono, stanno lì, è difficile barare, ed è difficile già nella fase in cui l’eventuale aspirante comincia a calcare i campetti o a mettersi davanti allo specchio a gorgheggiare.

 

In attesa tuttavia che la scienza biologica ci renda ragione di una tale, sorprendente varietà della fenomenologia cromosomica, possiamo aiutarci con alcune constatazioni empiriche.

Nel mondo dell’informazione, specialmente televisiva, c’è una proliferazione di dementi, di portatori e portatrici di microfoni, d’imbecilli e d’ignoranti, così come nella carta stampata i giornali sono sempre più fatti con le notizie d’agenzia, e sempre più si alimentano di autoreferenzialità: non appena si richiede l’opera (disgraziatamente soprattutto intellettuale) di un contatto diretto con la realtà, le lingue e le penne s’inceppano, le lingue improvvisamente farfugliano, la sintassi s’aggroviglia.

Probabilmente la mutazione cromosomica non ha ancora messo a punto perfettamente i propri meccanismi.

O può anche essere che il sistema non abbia ancora modificato adeguatamente i mezzi di comunicazione – e la comunicazione stessa, tout court – per adeguarli a questo genere di fenomenologia cromosomica – tuttavia già adesso abbiamo il bene di doverci porre delle sane domande circa alcuni criteri di valutazione ai quali eravamo ottusamente soggetti: è proprio necessario conoscere la storia e la geografia, per parlare ad un “pubblico” di gente che la storia e la geografia non la conosce, e non gliene frega niente di conoscerla? E’ proprio necessario parlare e scrivere meglio di un commercialista, per operare in una società di commercianti e di aspiranti broker di assicurazioni?

 

Piero dm

25 gennaio, 2007

Quali regole? 

Il senatore Di Pietro, intervistato sulla sua passione juventina, ha dato l’ennesima dimostrazione di quale potere sconvolgente abbia il calcio.

Alla domanda sulla penalizzazioni inflitte ai bianconeri risponde che tutto sommato sono stati fortunati, perché poteva anche succedere che finissero in serie C, a termini di regolamento: e lui, Di Pietro, considera sacre le regole.

Poche righe sotto, però, si augura che
la Juventus possa subito tornare in A, più forte di prima, “per riprendersi ciò che le è stato ingiustamente tolto”.

Francamente è difficile trovare una logica comune a queste due affermazioni, e non varrebbe neppure la pena di perderci tempo, se non si trattasse di un importante uomo politico che in qualche modo usa la propria logica per governarci, e se non fosse che la medesima stravaganza si ritrova nei ragionamenti di una ragguardevole parte della nostra pubblica opinione.

Piero dm

24 gennaio, 2007

Quelli bravi. 

C’è una vulgata che recita, da ormai molti anni, quanto sia grande il divario di bravura tra nord e sud, anche nel calcio.

In parole povere, Milan, Inter e Juventus sarebbero società ben organizzate e condotte con saggezza e competenza, e a questo sarebbbe dovuto il predominio che esercitano sul campionato italiano.

Un postulato assurdo, non fosse altro per la constatazione che chiunque è in grado di fare circa la buona amministrazione di molte città centro-meridionali, contrapposta agli scandali e alle malversazioni che hanno imperversato a Milano e Torino, assai simili in questo alle pessime inclinazioni di altre città distribuite in tutta la penisola.

Se questo non bastasse, tuttavia, Roma e Lazio hanno dimostrato che – avendo la disponibilità di un pacchetto di miliardi – non è affatto impossibile raggiungere il vertice del mondo calcistico anche per società del centro-sud, e in tempi relativamente brevi.

Due scudetti, l’uno di seguito all’altro, che avrebbero potuto e dovuto essere almeno quattro o cinque, a giudicare dalla plateale evidenza del valore sportivo delle due squadre.

I miliardi di Cragnotti e di Sensi– sia pure con decisive differenze tra l’uno e l’altro – sono stati delle vere e proprie forzature, però, come quelle di un giocatore che, per sedersi al tavolo di poker dal quale era escluso, si sia indebitato oltre le proprie possibilità.

Questa forzatura è stata pagata, grazie anche all’opera più o meno esplicita che i loro concorrenti hanno livorosamente esercitato per difendere le proprie posizioni anticamente consolidate.

Ma i due giocatori hanno dimostrato che a quel tavolo di poker sapevano vincere: questo nessuno potrà mai negarlo ai due presidenti, nonostante il lavoro della massa di ascari del giornalismo sportivo italiano, che da anni cercano di seppellire l’evidenza di un calcio che – semmai fosse malato – lo sarebbe in tutte le sue estensioni geografiche e societarie, e non soltanto nelle sue espressioni romane o napoletane.

Una delle malattie più profondamente organiche, strutturali, di questo calcio è la mutazione sopravvenuta nell’ultimo decennio, che lo hanno trasformato da una competizione sportiva in una competizione tra miliardari: al 95% le classifiche dei campionati rispecchiano fedelmente la classifica della ricchezza societaria.

Una ricchezza societaria, s’intende, che non è quella che deriva dagl’incassi alla stadio o da altre fonti che sono intrinseche al gioco, ma dai diritti televisivi (manipolati in regime di oligopolio) e dal conto in banca dei presidenti.

L’Inter che sta guidando il campionato 2006-07 ha accumulato un deficit di mercato di oltre 160 milioni di euro, che andrebbero sommati alle altre centinaia degli anni precedenti: cifre che polverizzano qualunque criterio di competizione sportiva, oltre che qualunque discosrso sui “meriti” di allenatori o dirigenti di società.

Cifre che , a rigore di logica, dovrebbero polverizzare anche i bilanci della società, e  la sue esistenza stessa.

Ma ciò non avviene, il deficit viene azzerato dalla potenza finanziaria del proprietario, così come si verifica per le altre grandi super-miliardarie del calcio italiano e internazionale.

Uno dei momenti più avvilenti, e allo stesso tempo più sintomatici, di questo calcio fu quello in cui si profilava l’avvento dei petrolieri russi nella proprietà della Roma: un gran numero di tifosi si augurava che questo avvento si realizzasse, quale che fosse la natura e l’identità di questi eventuali proprietari, perfino quella mafiosa, nella logica perversa del principio che “a brigante, brigante e mezzo”.

Il brigante e mezzo russo è svanito, è rimasta Capitalia. Sensi e famiglia si sono rimessi in marcia con una notevole fatica, e adesso la società appare integerrima nei bilanci e virtuosa nei comportamenti.

Ma il prezzo è che deve partecipare – e competere – avendo speso nel rafforzamento della squadra 10 milioni di euro (faticosamente reperiti), contro i 160 di chi la precede.

Ovviamente, una situazione perfino peggiore si verifica nella Champion’s, che non per caso vede schierate nella fase finale tutte le società più ricche, gran parte delle quali hanno speso e spenderanno nel mercato cifre neppure comparabili con quelle dei giallorossi.

Questa situazione sarebbe sanabile, almeno nei suoi aspetti più estremi, senza eccessiva difficoltà, se appena si mettese mano a regole che commisurassero la possibilità di spesa agl’introiti sportivi, e che impedissero il risanamento surrettizio dei bilanci.

Ma regole del genere non le vuole nessuno, poiché limiterebbero innanzi tutto i guadagni di coloro che nel calcio ci lavorano, oltre al fatto nudo e crudo che chi ha un potere del quale abusare non ha alcun interesse a sottomettersi a regole del genere.

Piero dm

21 gennaio, 2007

Terra bruciata. 

Negli ultimi dieci anni credo di aver scritto l’equivalente di tre o quattro libri, partecipando alla discussione politica sulla sinistra, sul berlusconismo, sulla prima, seconda e quasi terza repubblica: ragionamenti politici da esposizione, quasi un revival delle articolesse di Rinascita, mica robetta.

Da circa un anno non si è spenta la voglia di scrivere o di partecipare, ma semplicemente non riesco più a rintracciare niente da dire che non abbia già detto, così tante volte e da tante angolazioni che la tastiera del computer si rifiuta di articolare ancora quelle parole.

 

La gran parte di ciò che sarebbe giusto dire in materia di Partito Democratico, cominciai a dirlo subito dopo la vittoria elettorale del centro-sinistra del ’96: si capiva chiaramente che quella era la strada tracciata, e che alla fine di quella strada c’era la dissoluzione della sinistra, non solo come partiti, ma soprattutto come dimensione ideologica e culturale della realtà politica italiana.

Con la candidatura di Rutelli, prima, e la riproposizone del Professore poi, anche il possibile residuo di un dubbio è stato definitivamente liquidato.

Nessuno è innocente, in questa storia, nemmeno quelli che adesso si smarcano dall’ultimo atto della dissoluzione: sono stati tutti partecipi nella difesa di quella linea tracciata che avrebbe inesorabilmente portato a questa conclusione, e l’hanno difesa, usando le stesse argomentazioni retoriche che ora usa Fassino – la ricchezza delle diversità, l’incontro delle diverse culture politiche democratiche, lo slancio in avanti della volontà, il coraggio di cambiare …

 

Adesso mi ritrovo qui, senza niente da dire, e peggio ancora, senza essere in grado di formulare pensieri su ciò che sento dire, sugli scontri e le polemiche, sui personaggi che muovono questi eventi.

Hanno bruciato il bosco, per fare spazio al pascolo, e in questo territorio smangiucchiato e desolato rimane un fortino, a guardia del nulla.

E infatti, questo è il vero e principale protagonista di questi anni terminali: il nulla.

 

Non c’è più ideologia, non c’è una riforma concreta di grande respiro che viene considerata essenziale, non c’è più neppure la bandiera – quella specie di nazionalismo, che sarà pure l’estrema risorsa dei delinquenti, ma almeno è una risorsa.

Un esperimento – come dicono gl’illusionisti nei teatri – mai tentato prima: essere carismatici teorizzando (e praticando) il rifiuto di tutto ciò che è carismatico.

Perfino nei congressi si è inneggiato alla mediocrità come nuovo valore trainante della coalizione – una vita da mediano, dimenticando che, se non c’erano Paolo Rossi e Bruno Conti, il valoroso Oriali poteva continuare a correre su e giù per i campi spagnoli fino a quando non lo portavano via i giardineri, rimediando tutt’al più come premio una lattina d’aranciata.

 

Siamo qui a difendere la sinistra, a dolerci per la sua dissoluzione: sentiamo che è giusto, ma non capiamo più quali valori, quale identità politica difendiamo.

Il fortino nel deserto dei tartari sembra proprio un bastione abbandonato – il territorio che sta di fronte ai merli di pietra sembra così uguale a quello che sta dietro, e a destra e a sinistra, in una muta desolazione.

 

In realtà, a me sembra che la domanda non sia se mai si debba fare il Partito Democratico, e – se sì – che cosa sarà questo partito.

La domanda che mi si impone da qualche anno è: è davvero necessario che esista una sinistra?

Una sinistra ideologica e di partito, intendo, ma a ben guardare il punto interrogativo può scavare ancor più nel profondo.

La risposta non è difficile per chi pensa che destra e sinistra siano due posizioni geometriche contrapposte, che si legittimano l’una con l’altra: esisterà sempre e comunque “una sinistra”, perché ci sarà sempre una posizione politica che sarà “più a sinistra” di un’altra – dimenticando che questo criterio stesso di valutazione ci sembra possibile oggi, quando viviamo ancora le estreme propaggini di una storia socialista e riformatrice.

Per chi crede che la sinistra si definisca in un progetto trascendente – ossia di trasformazione della società – la questione appare assai meno scontata. Non è per nulla stabilito che un tale progetto ci sia, specialmente se le forze politiche che per un lungo tempo lo avevano rappresentato arrivano a teorizzare esplicitamente che quel progetto è liquidato, non più perseguibile, kaputt.

La non dimenticata “teoria delle maree” esposta da Prodi qualche anno fa, e la mai smentita visione di Napolitano di un mondo dove le disgrazie di una globalizzazione capitalistica sono da considerare come “fenomeni naturali”, sono estremamente indicative a riguardo.

 

Dieci anni di erosione, di dissolvimento, cominciati quando – con la convinzione di una facile vittoria – la gioiosa macchina da guerra è stata beffata dal marketing berlusconiano, che ha saputo chiamare alle armi i riposti sentimenti di un paese intimamente e anticamente fascista.

Invece di studiare le proprie debolezze, e la realtà di un paese anormale, la sinistra ha combattuto il trauma, cercando la soluzione nelle alchimie di schieramento, nella consociazione strutturata con qualunque forza gliene desse l’appiglio, e specialmente con quelle che erano uscite polverizzate da tangentopoli e cercavano una qualsiasi via per rientrare in gioco.

Una specialissima attenzione è stata offerta ai sistemi elettorali, scovando la soluzione suicida del bipolarismo, che offriva per la prima volta la possibilità alla cultura intimamente fascista di questa nazione di candidarsi a governare, praticamente senza ostacoli.

 

Hanno bruciato il bosco, per fare spazio al pascolo, e ai margini di questo pascolo preme una folla composita, nella quale ognuno ha il suo gregge da far brucare: la politica come un suk di cammellieri e pastori di capre, un po’ nemici e un po’ alleati.

Bene.

 

Piero dm

19 gennaio, 2007

Saxi. 

Un amico mi ha fatto notare che, nell’articolo su Rimmel, ho commesso una scorrettezza: ho confuso l’autore con il protagonista della canzone, attribuendo di fatto a De Gregori un’ipotetica relazione con la donna al centro del racconto.

E’ vero, non si usa chiamare in causa l’autore nelle vicende di un romanzo o di una canzone, neppure quando il racconto è dichiaratamente autobiografico.

Il mio errore tuttavia ha una ragione ben precisa.

De Gregori appartiene infatti a quel genere di autori che hanno una figura perfettamente coerente con le storie che raccontano, e che non si ha alcuna difficoltà a vedere in quelle scene che loro stessi descrivono, a pronunciare quelle parole, a vivere quelle relazioni.

Una dote, questa, che in realtà è una delle basi principali ed esclusive della grandezza di un interprete o un autore della musica popolare, che non è soltanto un musicista e un poeta, ma è chiamato a rappresentare una tipologia umana, un modo di essere e di sentire.

La compatibilità – meglio ancora la mimesi – tra il racconto e l’interprete equivale a quello che nel teatro è dato dal “verosimile”, ossia da un delicato equilibrio tra finzione, realtà, scenografia, complicità con il pubblico e capacità degli attori nel dare sostanza uamana ai personaggi.

Per rifarci ad un periodo che oggi possiamo chiamare “classico”, tutte le storie delle canzoni di Mina sembrano perfino create sulla sua stessa figura – dalla faccia clownewsca delle Mille Bolle Blu a tutte le vicende sentimentali nelle quali agisce una donna volitiva, arguta, spesso sarcastica ma comunque appassionata e sentimentale. Una donna uguale a ciò che era Mina, nella realtà.

Era lei , sempre, la protagonista di quelle canzoni, con quel tipo di bellezza, con quel viso, con quelle sfumature di voce, ed era impossibile sfuggire a questa stregoneria quando si ascoltava e si guardava Mina.

Lo stesso vale per Battisti, per Venditti, per
la Strambelli, e perfino per alcune band di questo periodo classico, quali i Nomadi e l’Equipe 84, ma in effetti si tratta di una qualità che distingue anche le rock star più recenti, da Vasco Rossi alla Nannini.

Un discorso più delicato riguarda invece un altro grande autore – forse il capostipite di tutti i nostri cantautori, cioè Gino Paoli. Discorso più delicato perché, forse, meno evidente.

Se si ascolta Sapore di sale, riesce difficile immaginare quell’uomo apparentemente ermetico, con i suoi occhiali scuri, sdraiato sulla spiaggia sotto il sole, che è un momento invece di abbandono e di liberazione.

Eppure la suggestione poetica della canzone dichiara che questa discrasia non viene percepita, o che – più verosimilmente – viene sentita come una contraddizione fisologica, forse la ragione principale del suo fascino.

Paoli, infatti, ricorda certi personaggi di Moravia, in specie il protagonista della Noia o quello del Disprezzo: personaggi ermetici e doppi, perché vivono e allo stesso tempo si guardano vivere.

Tutta la canzone consiste nel vivere un momento speciale, che però è speciale perché è proiettato già nel ricordo, e Paoli – con la sua voce contorta, il suo atteggiamento disilluso – sembra raccontare tutta questa scena guardandola dal di fuori, come se parlasse di un fratello o di un amico a lui caro, con un distanza fisica che l’assolo di sax rende indecifrabile, infinita.

Piero dm

18 gennaio, 2007

Eurosistemi. 

Immaginiamo un sistema ferroviario costruito per treni che non superino le cento tonnellate, con una velocità massima di centoventi chilometri l’ora.

Immaginiamo che, in questa rete, s’immettano cinque o sei convogli da duecentottanta tonnellate, che viaggiano a duecentocinquanta chilometri l’ora.

Probabilmente tutti, non solo gli “esperti”, direbbero che la rete non può reggere quel genere di treni, né più né meno.

O almeno, questo dicono se non sono pazzi.

Ebbene, dobbiamo pensare che in qualche settore la pazzia abbia preso sul serio il sopravvento.

Per esempio, nel mondo del calcio.

Il sistema governava – molto imperfettamente, ma con un suo raffazzonato ed empirico equilibrio – un arcipalego di società calcistiche di varia pezzatura, dalla piccola, provincialissima dal bilancio di un paio di miliardi, alle più grosse con bilanci che di miliardi ne mettevano in fila qualche decina.

Questa varietà creava ovviamente alcune disuguaglianze, e una certa gerarchia di potere, ma due elementi contribuivano a rendere l’ecosistema calcio a suo modo (cioè faticosamente) equilibrato: il fatto che l’arcipelago, con le sue diverse pezzature, si era creato col tempo e dunque adattandosi e adattando a sé l’habitat strutturale ed economico nel quale si trovava; in secondo luogo, il fatto che i sistemi nazionali fossero sostanzialmente “chiusi”, con la conseguenza che anche le società più grosse dovessero comunque avere un dialogo e un interscambio con le più piccole.

E aggiungiamoci pure il fatto puro e semplice dell’entità delle cifre assolute, che nei tempi più recenti rende assai diverso il significato del gap in percentuale tra i grossi e i piccoli bilanci.

L’avvento della pay-tv e una travolgente globalizzazione hanno cambiato in pochi anni questo sistema, o meglio, hanno introdotto nel sistema quei cinque, sei, dieci convogli di dimensioni sproporzionate di cui dicevamo all’inizio.

Juventus, Inter, Milan, in Italia, e Real e Barcellona, Chelsea e Manchester, viaggiano a cifre che hanno tre o sei zeri in più rispetto alle altre società europee.

I loro bilanci non hanno a che fare con una logica aziendale commisurata al gioco del calcio e al sistema nel suo insieme: derivano da una potenza finanziaria esterna alla società stessa, in grado di ripianare qualunque perdita d’esercizio, dai dieci ai duecento o trecento milioni di euro.

E’ evidente che non ci sono “regole” UEFA, non ci sono multe o sanzioni, che possano rappresentare un deterrente, quando le cifre della virtù sono misurate sulle migliaia di euro, cioè sullo stipendio che in una di questa grosse società percepisce un apprendista magazziniere.

Soprattutto, ne viene sconvolto il mercato degl’ingaggi dei calciatori, e le situazioni contrattuali, che infatti in questi anni hanno praticamente perduto ogni significato.

Non c’è giocatore, che si sia messo in mostra, in qualunque squadra anche di solida costituzione, che non riceva prontamente e ripetutamente l’offerta di passare armi e bagagli in una di queste società, con l’ingaggio moltiplicato per tre o quattro volte.

O, in alternativa, succede che qualunque società cerchi buoni giocatori si trova a sostenere la concorrenza a tutto campo di questi veri e propri moloch, che non a caso arrivano ad avere una rosa di quaranta giocatori tesserati, spesso tutti di livello mondiale e mandati in tribuna perché in panchina nemmeno trovano posto.

Il problema – l’ulteriore problema, diciamo – è che questa incetta di giocatori non solo fa lievitare enormemente gl’ingaggi e le cifre assolute del mercato, ma sottrae in sostanza i giocatori alle altre squadre, anche quando la squadra che li paga li utilizza poco o niente.

Si vedono tornei, come
la Champion’s League, dove anche ottime squadre, che fanno un bel gioco, non hanno un centravanti adeguato, e altre che di centravanti ne hanno sei o sette, alcuni relegati per mesi interi in panchina.

La globalizzazione, o almeno l’estrema internazionalizzazione, del mercato a sua volta impedisce la redistribuzione dei capitali nell’ambito dei sistemi nazionali, dove si svolgono i campionati.

C’è il fondato sospetto che si tratti di una precisa strategia di certe grosse società, quella di non investire nel mercato nazionale, in modo da conservare il gap che le divide dal resto del sistema.

Per esempio, sembra strano che il Milan abbia speso venti milioni di euro per un Oliveira, per altro poco sperimentato, e faccia una trattativa da mercato levantino per i sei o sette, o dieci milioni chiesti dalla Lazio per un giocatore sperimentatissimo e valido come Oddo.

Qualcuno, di fronte a questo quadro, parla di una “questione morale”.

Certamente c’è, molto consistente, molto grave, anche una questione morale: per esempio, per la cultura della vittoria a tutti i costi, per l’aberrante ideologia secondo la quale il valore di una squadra, di un giocatore o allenatore si misura sulla quantità di coppe e coppette che mette in bacheca, costruendo nella mentalità di tutti i giovanio che seguono il calcio l’ida di un mondo diviso tra “vincenti” e “perdenti”..

Ma in realtà, al di là della questione morale, c’è una gravissima crisi di sistema: la rete non può reggere dei moloch, per i quali non era stata pensata e costruita.

Il regolamento stesso del gioco del calcio – perfino il regolamento del campo, oltre a quello societario – non fu pensato a suo tempo per squadre con trenta, quaranta, sessanta tesserati.

Tutto appare così evidente, eppure niente si fa per salvare il sistema.

Anzi, molto si fa e si dice per giustificare ciò che rischia di sfasciare il sistema stesso.

Forse, è una questione di soldi.

Piero dm  

  

16 gennaio, 2007

Come quando fuori pioveva. 

E’ strana, segreta, volatile la donna di Rimmel.

Non è una figura degli anni in cui la canzone è stata scritta, dominati e meglio rappresentati dalle figure femminili dell’amico Venditti – Lilly, Giulia, Sara, Cinzia e tante altre, ragazze problematiche e vagabonde,  tenere e vitali nell’epoca di un nascente femminismo.

La donna di Rimmel è classica, si sente quasi il profumo di uno chanel. E poi, quel collo di pelliccia sfiorato dal vento, che fa pensare perfino ad una donna sofisticata, più grande del giovane cantautore.

Una donna che vuole finire la loro relazione, e lo fa in un modo crudele, che una delle ragazze di Venditti non avrebbe mai usato, se non con un sorriso di complicità: “Hai ancora quella vecchia foto? Bene, tienitela cara, perché è l’unica cosa che ti rimarrà di me”.

Ma si capisce che è una cattiveria dovuta all’imbarazzo di  chi vuole nascondere la paura e il dubbio che dietro a quella fine ci sia un calcolo di  opportunità forse sbagliato. Quei calcoli che le giovani donne sono spesso chiamate a fare, in un momento della vita nel quale si profilano matrimoni e scelte assolutamente superiori alla loro esperienza  e alla loro forza: non basta un collo di pelliccia per fare di una giovane donna una signora accorta, che sa manipolare con grazia un ragazzo che ci aveva creduto davvero.

E questa donna è davvero evanescente, lieve, fatta di capelli che nascondono il viso e lo sguardo distolto, lampeggiante sotto le ciglia cariche di rimmel.

Una ragazza come certi nostri primi amori, sedici o diciassette anni vestite come signore dabbene, solo la gonna un po’ corta, tremanti e capaci di essere innocenti e cattive come cuccioli di lupo che stanno imparando a usare i denti.

Piero dm

15 gennaio, 2007

Lupi da marciapiede. 

Spiegare la passione per una squadra di calcio è assolutamente inutile: chi la condivide non ha bisogno di spiegazioni – anche laddove la squadra sia diversa, ma uguale è la passione – chi invece è solo un tifoso non la capirà mai.

Ci sono squadre che s’identificano con la città della quale sono parte. I bambini non “scelgono” di farne la propria squadra, ma l’identificazione avviene quasi automaticamente, come in una specie di osmosi.

Le partitelle sui prati, poi nei campi di periferia, con i compagni di scuola, indossando
la Maglia con il numero del campione preferito, sono autentiche tappe dell’educazione sentimentale. E si vanno a cementare con le passeggiate nel parco della città, con i cinema, le visite ai parenti, i primi amori, le serate con gli amici. Con il profumo di mare, dove c’è il mare, con la luce e il profumo delle prime sere d’estate, con l’emozione di quel prato verde allo stadio, quando entrano in campo quelle maglie – quello stadio e quelle maglie.

Questa è la passione che esiste in città come Roma, come Torino di parte granata, come Napoli, Genova, Firenze.

Una passione che non ha niente a che fare con le vittorie, gli scudetti, le coppe e coppette nella bacheca della società.

Ci sono invece squadre “de-localizzate”, che hanno certamente radici in una città, ma che smuovono l’adesione in modo diffuso sull’intero territorio nazionale.

Il fenomeno dell’identificazione cittadina avviene solo per una parte della loro tifoseria, e si tratta in genere di quella parte più popolare che vive la città in modo vincolante.

Sono queste le grandi squadre di Milano e Torino, cioè la Juventus, l’Inter e il Milan.

Una parte degli stessi cittadini, e certamente quelli che vivono lontani da Milano e Torino, sono appunto “tifosi”, ossia gente che sceglie di parteggiare per una di quelle squadre. E parteggiano sulla base della vittoria, della gloria riflessa che gliene deriva, che somiglia al tifo che un piccolo investitore può fare per l’azienda della quale ha comprato una manciata di azioni.

Questi tifosi sono dei contabili, che hanno continuamente bisogno di contare e ricontare le vittorie ottenute, le medagliette appuntate sul petto.

Il collante che sostiene una tale genere di adesione è, poi, l’abitudine e la contrapposizione tifosa con le altre realtà del calcio, in una specie di gioco delle parti che diventa un destino.

A Roma la gran parte degli appassionati di calcio è di fede giallorossa, e solo una minoranza riesce a trovare la via per includere il biancoceleste e l’aquilotto tra i miti del proprio immaginario sentimentale.

Del resto, è davvero difficile resistere al fascino del nome stesso della nostra squadra, e all’impatto estetico di quel rosso amaranto e di quel giallo, scuro come un sole al tramonto.

E bisogna mettere nel conto un fenomeno che, sebbene non unico nel panorama calcistico, certamente a Roma ha una dimensione speciale: il fatto cioè che spesso la bandiera, il campione più importante della squadra è un romano, un ragazzo nato e cresciuto in uno dei rioni di Roma, dei Castelli, del litorale – da Ferraris IV a Bernardini e Amadei, da Cardarelli a De Sisti, a Francesco Rocca, a Di Bartolomei, Bruno Conti, Giannini, De Rossi, Totti. Campioni non solo dentro le mura, ma campioni in assoluto, e assolutamente romani. Visibilmente romani.

Il nuovo calcio dei Paperoni dei Mille Miliardi sicuramente mette a rischio l’intero sistema e accentua sempre più la distanza tra l’etica cafona e utilitaristica  delle vittorie e l’estetica della passione.

Ad ogni buon conto, però, non confondiamo i lupi con gli sciacalli. 

Piero dm

15 gennaio, 2007

Canzoni di morte, stonate. 

Sono i giorni della strage di Erba.

Nei dibattiti televisivi, sulle radio locali, negli editoriali dei giornali, una canèa di moralisti fa a gara nel trovare l’insulto più pesante, la definizione più estrema per quell’agghiacciante Maga Magò che ha ucciso il bambino.

Naturalmente, i sostenitori della pena di morte sono perfino garruli nel poter finalmente spiegare la voce approfittando dell’occasione, ma anche chi è generalmente contrario esprime tutti i dubbi possibili, in nome dell’efferatezza, della difesa dell’infanzia, della disumanità dei colpevoli.

Poiché, in ogni caso, la pena di morte non si potrebbe legiferare in tempo utile per colpire questi assassini, editorialisti e gente comune, con l’aria di chi la sa lunga, si appellano alla “legge del carcere”, che certamente farà quella giustizia che ci si aspetta in un caso del genere.

Ho sentito anche qualche pia donna invocare la mano di dio, per fulminare con qualche lunga e dolorosa malattia i due mostri assassini.

A me sembra che questa marea d’indignazione, oltre che ipocrita per molte ragioni, sia la dimostrazione d’una ferocia assai simile, sotto il profilo umano, a quella dei due colpevoli che si vorrebbero punire nel modo più estremo. Senza neppure l’alibi, o almeno la spiegazione, di uno stato mentale di follia.

Non è possibile evitare l’accostamento con quella gente che, negli Stati Uniti, si picca di assistere alle esecuzioni, all’agonia dei condannati, dietro ai vetri della cabina della morte.

O con quelle folle che, nei secoli passati, si adunavano a festa nelle piazze per seguire le impiccagioni, le ghigliottine, le fucilazioni dei reprobi.

Probabilmente anche loro gridavano ancora più forte, e forse lanciavano sassi e torsoli di mela contro quei delinquenti che avessero accoltellato un bambino – e sappiamo che erano tempi in cui la vita di un bambino valeva due soldi, passato a fil di spada da un qualunque ufficiale di cavalleria in una carica, o consumato di lavoro e di fame nelle mani di un padre padrone o in una fabbrica.

Ma le coscienze si lavano, evidentemente, sempre nello stesso fiume, e con lo stesso sapone.

Abbiamo bisogno dei mostri, e non per caso – quando non ce ne sono a portata di mano – li inventiamo, guarda caso esattamente affamati di bambini e giovani vergini, dagli orchi all’Uomo Nero.

I mostri servono a segnare il confine della rispettabilità, specialmente quando questa non è affatto sicura, e neppure evidente.

Per esempio, che cosa dobbiamo fare con tutta la tecnologia di guerra, con quegli scienziati, quegli industriali, quei manager che passano giorni, settimane, mesi, anni della propria vita a organizzare e studiare gli strumenti per ammazzare più gente possibile (bambini compresi, ovviamente), e soprattutto con quelli che hanno potuto solo pensare, e poi fabbricare, le mine anti-uomo, e quelle a forma di giocattolo, specificamente studiate per far saltare gambe e braccia a quei bambini che tanto stanno a cuore ai forcaioli?

Li mettiamo in carcere, confidando nel senso di giustizia dei loro colleghi delinquenti?

Li mettiamo in un manicomio criminale?

Li facciamo senatori a vita?

Bisogna pensarci bene: in fondo i bambini ai quali sono destinate le bombe non sono “vicini di casa”, anzi sono lontani, esotici, spesso di un altro colore, altra razza, altra religione.

Chissà come li immaginano i “bersagli” quegli scienziati e quegli industriali, mentre sperimentano o calcolano l’effetto delle esplosioni: biondi, neri, olivastri, vestiti con le stesse tutine della Chicco dei loro figli, o di stracci come i fantasmi sudanesi?

Piero dm

12 gennaio, 2007

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Molti di noi, nel momento in cui la vecchia ipoteca cominternista si è sgretolata, hanno pensato che finalmente si potesse vedere una sinistra libera e gioconda, riformista e intransigente, socialista e moderna, così come noi (io certamente, da vent’anni) l’aspettavamo.Siamo rimasti a dir poco delusi, da tutto questo trapestìo ulivista, da questi confusi inciucismi con le vecchie pantegane della DC e del PSDI tanassiano, da questa realpolitik più realista del re, da questa sinistra che della vecchia ha conservato gelosamente solo i difetti, da tutta questa retorica democraticistica, dai bizantinismi che vorrebbero alludere a chissà quali furberie strategiche e che si risolvono regolarmente con un arretramento della sinistra sia sul piano elettorale sia su quello – assai più amaro – culturale, sociale e progettuale.Siamo rimasti a dir poco delusi che cinquant’anni di storia siano culminati con la leadership di un grigio personaggio democrstiano che ha il carisma di un elenco telefonico, con l’intermezzo appena sfiorato di un cicciobello ex-radicale che adesso fa il pinzochero.

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