Si parte. 

Quel marciapiedino della fermata, a porta san Paolo, era come un’isoletta in un mare d’asfalto e di sanpietrini. Un’isoletta battuta dalla tramontana d’inverno, e da un sole africano d’estate.

Da qualunque parte ci si arrivasse, l’approdo su quell’isoletta avveniva dopo aver attraversato vialoni e piazzali immensi, e ancora più sconfinati apparivano a un ragazzino che, passando vicino al muretto della piramide Cestia, non ce la faceva ad affacciarsi neppure se si metteva sulla punta dei piedi.

Da una parte via Marmorata, dall’altra viale Aventino, davanti il palazzo largo e basso delle Poste e i giardinetti, dietro l’orizzonte quasi marino di piazzale Ostiense, che continuava come in una successione lagunare con il viale che porta alla stazione, dotata di un sagrato largo, lungo e desolato, come se si fosse per sempre appagato di aver ricevuto in pompa magna, appena una manciata d’anni prima, il fuhrer del Reich, e non avesse ormai più niente da mostrare se non il vuoto di una grandezza abortita.

Una zona di stazioni e di treni, ma ben dissimulati.

In un angolo, infatti, del piazzale Ostiense, una graziosa stazioncina accoglieva tutti noi fagottari romani diretti al lido di Ostia e alla pineta di Castelfusano.

Mia nonna abitava proprio dietro a questa stazione, ed ero diventato un frequentatore affezionato dell’edicola che era nell’atrio: la giornalaia, una signora severa e sorridente come una levatrice, con i capelli neri tirati in una crocchia spagnolesca, si allungava per prendere le mie venticinque lirette appallottolate e strette nel pugno, in cambio di un fascicolo dell’Intrepido o di un albo di Topolino.

Da quella casa dietro la stazione si vedevano solo i pantografi delle motrici e i tetti dei vagoni, che svettavano sopra il muro di tufo giallo.

Curiosamente, all’epoca, abitavamo in una stradina di Monteverde Vecchio, che da un lato confluiva in un’elegante via residenziale di villini, mentre dall’altro capo affacciava sul baratro della linea ferroviaria. Binari e ferrovie che mi avrebbero accompagnato ancora negli anni immediatamente successivi.

Viaggiavo poco – forse dovrei dire che non viaggiavo affatto, la mia era una famiglia stanziale – ma ero come una specie di casellante che affida un pensiero o uno sguardo ad ogni  vagone che passa, e di pensieri e di sguardi un ragazzino non manca mai.

Binari, vagoni, ferrovie, tram, e tanto spazio.
La Roma dell’infanzia è una città fatta di cielo e di vento, di vialoni, di prati, di giardini. Tanto mi ero abituato a questo spazio, che quando si andava nei vicoli di Trastevere a visitare qualche parente, non facevo neppure caso alle scale strette, alla puzza di gatto e di muffa dei portoni, all’antichità papalina dei fregi consumati, ma cercavo con gli occhi la striscia di cielo sopra la straduzza scura. D’estate, aggrappato al davanzale di quelle alte finestre trasteverine, riuscivo appena a vedere qualche tetto, ma rimanevo incantato a guardare ed ascoltare le rondini.

 

Su quell’isoletta, di fronte ai giardinetti di viale Aventino, finalmente arrivava
la Circolare , con uno sbuffo lieve e un vago odore di elettricità. Si sale, ci si accomoda nel posto preferito, e si parte.

Piero dm

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Una Risposta to “”

  1. myosotis Says:

    io mi ricordo, caro piero, che all’aventino tuo eravamo proprio pochi. Mi ricordo l’aventino quasi come uno spazio vuoto, lo stesso vuoto dove cercare qualcosa, lo stesso vuoto che si sente sugli aereoplani quando pensi, oddio, adesso precipito, adesso muoio e poi, magari perchè lo hai pensato, allora ti senti vivo.
    Hasta!

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