Gerani rossi 

Dopo aver dato l’acqua ai gerani, inariditi dal sole di fine agosto, con un gesto gentile il vecchio ripose in un angolo della terrazza l’annaffiatoio di zinco col manico sgangherato, che gli ricordava ogni volta la moglie Ersilia, nonostante che non ci fosse più da ormai molti anni.

Si sentiva la testa pesante e si passò la mano ancora vigorosa tra i capelli candidi.

Non era il caldo a farlo sentire pesante, non solo nella testa, ma anche nelle gambe e nelle palpebre.

Se quel vecchio fosse stato un sentimentale, avrebbe detto che si sentiva pesante anche il cuore.

 

Era un contadino, basso e largo, di quella zona dell’agro dalla quale erano provenuti quei legionari romani che avevano fatto migliaia di miglia, carichi di armature e di bagaglio, con i polpacci a fiasco e il collo grosso come un tronco.

Poco più che adolescente, aveva trasportato il vino in città, con il carro trainato dai muli, quel vino bianco e forte, da osteria, tipico di Genazzano e di Olevano, ma Roma gli era piaciuta al punto da lasciare la sua parte della terra ai fratelli e trasferirsi in Trastevere, imparando il lavoro di cameriere.

Era uno duro e severo, uno attento, implacabile, e ancora ragazzo era già cameriere provetto in uno dei caffè di moda, a ponte Garibaldi.

Tornava la notte, tardi, depositando silenziosamente i soldi della giornata sul comò della camera da letto, e prima dell’alba si vestiva lasciando la moglie e i figli a dormire nella vecchia casa di vicolo dell’Atleta.

Dopo la scissione di Livorno, fu uno dei primi cento iscritti a Roma al partito comunista.

Lasciò il lavoro di cameriere e mise un’osteria in proprio, in via de’Pianellari.

L’oste non metteva neppure una fiala d’acqua nel vino, ma la moglie dell’oste sì, per lucrare qualche centesimo da passare di nascosto ai cinque figli.

Negli anni fascisti era noto e, nelle feste di regime, lo venivano regolarmente a prelevare per fargli passare un paio di giorni in galera: imperturbabile, li faceva aspettare, gli offriva una fojetta di bianco, prendeva la borsa già pronta e li aspettava sulla porta che finissero di bere.

Nessuno, tra avanguardisti e camice nere di vario tipo, si azzardò mai più a mancargli di rispetto, dopo che una volta ne buttò in strada una mezza dozzina insieme a sedie rotte, piatti e fiaschi spagliati.

Era un guerriero che non amava la violenza, ma non ne aveva paura. Era uno stalinista.

Quando leggeva la sua copia dell’Unità, aveva sempre vicino un atlante e un dizionario.

I preti non li odiava, ma semplicemente li considerava una specie di truppa d’occupazione in suolo patrio, ai quali non bisognava dare confidenza, neppure nel pensiero.

Ma amava le chiese di Roma, con l’adorazione assoluta verso le cose belle che hanno quelli che non hanno studiato.

Aveva ottantasei anni, in quel mese d’agosto.

Un paio di giorni prima i carri armati sovietici avevano occupato Praga.

L’atlante che teneva sul tavolinetto, accanto alla finestra , non l’aiutava a spiegarsi quei carri armati, né tanto meno l’aiutava il dizionario, o le due copie dell’Unità che aveva letto e riletto fino all’ultima pagina.

Rientrando in casa si sedette con una pesantezza insolita davanti a quelle copie aperte e quasi consumate.

Appoggiò la testa candida sul palmo delle mani. Avvenne qualcosa dalle parti del cuore, e lo trovarono un paio d’ore dopo i figli, con le mani ai lati della testa e la guancia che copriva la foto di un carro armato.

Piero dm

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