Canzoni di morte, stonate. 

Sono i giorni della strage di Erba.

Nei dibattiti televisivi, sulle radio locali, negli editoriali dei giornali, una canèa di moralisti fa a gara nel trovare l’insulto più pesante, la definizione più estrema per quell’agghiacciante Maga Magò che ha ucciso il bambino.

Naturalmente, i sostenitori della pena di morte sono perfino garruli nel poter finalmente spiegare la voce approfittando dell’occasione, ma anche chi è generalmente contrario esprime tutti i dubbi possibili, in nome dell’efferatezza, della difesa dell’infanzia, della disumanità dei colpevoli.

Poiché, in ogni caso, la pena di morte non si potrebbe legiferare in tempo utile per colpire questi assassini, editorialisti e gente comune, con l’aria di chi la sa lunga, si appellano alla “legge del carcere”, che certamente farà quella giustizia che ci si aspetta in un caso del genere.

Ho sentito anche qualche pia donna invocare la mano di dio, per fulminare con qualche lunga e dolorosa malattia i due mostri assassini.

A me sembra che questa marea d’indignazione, oltre che ipocrita per molte ragioni, sia la dimostrazione d’una ferocia assai simile, sotto il profilo umano, a quella dei due colpevoli che si vorrebbero punire nel modo più estremo. Senza neppure l’alibi, o almeno la spiegazione, di uno stato mentale di follia.

Non è possibile evitare l’accostamento con quella gente che, negli Stati Uniti, si picca di assistere alle esecuzioni, all’agonia dei condannati, dietro ai vetri della cabina della morte.

O con quelle folle che, nei secoli passati, si adunavano a festa nelle piazze per seguire le impiccagioni, le ghigliottine, le fucilazioni dei reprobi.

Probabilmente anche loro gridavano ancora più forte, e forse lanciavano sassi e torsoli di mela contro quei delinquenti che avessero accoltellato un bambino – e sappiamo che erano tempi in cui la vita di un bambino valeva due soldi, passato a fil di spada da un qualunque ufficiale di cavalleria in una carica, o consumato di lavoro e di fame nelle mani di un padre padrone o in una fabbrica.

Ma le coscienze si lavano, evidentemente, sempre nello stesso fiume, e con lo stesso sapone.

Abbiamo bisogno dei mostri, e non per caso – quando non ce ne sono a portata di mano – li inventiamo, guarda caso esattamente affamati di bambini e giovani vergini, dagli orchi all’Uomo Nero.

I mostri servono a segnare il confine della rispettabilità, specialmente quando questa non è affatto sicura, e neppure evidente.

Per esempio, che cosa dobbiamo fare con tutta la tecnologia di guerra, con quegli scienziati, quegli industriali, quei manager che passano giorni, settimane, mesi, anni della propria vita a organizzare e studiare gli strumenti per ammazzare più gente possibile (bambini compresi, ovviamente), e soprattutto con quelli che hanno potuto solo pensare, e poi fabbricare, le mine anti-uomo, e quelle a forma di giocattolo, specificamente studiate per far saltare gambe e braccia a quei bambini che tanto stanno a cuore ai forcaioli?

Li mettiamo in carcere, confidando nel senso di giustizia dei loro colleghi delinquenti?

Li mettiamo in un manicomio criminale?

Li facciamo senatori a vita?

Bisogna pensarci bene: in fondo i bambini ai quali sono destinate le bombe non sono “vicini di casa”, anzi sono lontani, esotici, spesso di un altro colore, altra razza, altra religione.

Chissà come li immaginano i “bersagli” quegli scienziati e quegli industriali, mentre sperimentano o calcolano l’effetto delle esplosioni: biondi, neri, olivastri, vestiti con le stesse tutine della Chicco dei loro figli, o di stracci come i fantasmi sudanesi?

Piero dm

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