Eurosistemi. 

Immaginiamo un sistema ferroviario costruito per treni che non superino le cento tonnellate, con una velocità massima di centoventi chilometri l’ora.

Immaginiamo che, in questa rete, s’immettano cinque o sei convogli da duecentottanta tonnellate, che viaggiano a duecentocinquanta chilometri l’ora.

Probabilmente tutti, non solo gli “esperti”, direbbero che la rete non può reggere quel genere di treni, né più né meno.

O almeno, questo dicono se non sono pazzi.

Ebbene, dobbiamo pensare che in qualche settore la pazzia abbia preso sul serio il sopravvento.

Per esempio, nel mondo del calcio.

Il sistema governava – molto imperfettamente, ma con un suo raffazzonato ed empirico equilibrio – un arcipalego di società calcistiche di varia pezzatura, dalla piccola, provincialissima dal bilancio di un paio di miliardi, alle più grosse con bilanci che di miliardi ne mettevano in fila qualche decina.

Questa varietà creava ovviamente alcune disuguaglianze, e una certa gerarchia di potere, ma due elementi contribuivano a rendere l’ecosistema calcio a suo modo (cioè faticosamente) equilibrato: il fatto che l’arcipelago, con le sue diverse pezzature, si era creato col tempo e dunque adattandosi e adattando a sé l’habitat strutturale ed economico nel quale si trovava; in secondo luogo, il fatto che i sistemi nazionali fossero sostanzialmente “chiusi”, con la conseguenza che anche le società più grosse dovessero comunque avere un dialogo e un interscambio con le più piccole.

E aggiungiamoci pure il fatto puro e semplice dell’entità delle cifre assolute, che nei tempi più recenti rende assai diverso il significato del gap in percentuale tra i grossi e i piccoli bilanci.

L’avvento della pay-tv e una travolgente globalizzazione hanno cambiato in pochi anni questo sistema, o meglio, hanno introdotto nel sistema quei cinque, sei, dieci convogli di dimensioni sproporzionate di cui dicevamo all’inizio.

Juventus, Inter, Milan, in Italia, e Real e Barcellona, Chelsea e Manchester, viaggiano a cifre che hanno tre o sei zeri in più rispetto alle altre società europee.

I loro bilanci non hanno a che fare con una logica aziendale commisurata al gioco del calcio e al sistema nel suo insieme: derivano da una potenza finanziaria esterna alla società stessa, in grado di ripianare qualunque perdita d’esercizio, dai dieci ai duecento o trecento milioni di euro.

E’ evidente che non ci sono “regole” UEFA, non ci sono multe o sanzioni, che possano rappresentare un deterrente, quando le cifre della virtù sono misurate sulle migliaia di euro, cioè sullo stipendio che in una di questa grosse società percepisce un apprendista magazziniere.

Soprattutto, ne viene sconvolto il mercato degl’ingaggi dei calciatori, e le situazioni contrattuali, che infatti in questi anni hanno praticamente perduto ogni significato.

Non c’è giocatore, che si sia messo in mostra, in qualunque squadra anche di solida costituzione, che non riceva prontamente e ripetutamente l’offerta di passare armi e bagagli in una di queste società, con l’ingaggio moltiplicato per tre o quattro volte.

O, in alternativa, succede che qualunque società cerchi buoni giocatori si trova a sostenere la concorrenza a tutto campo di questi veri e propri moloch, che non a caso arrivano ad avere una rosa di quaranta giocatori tesserati, spesso tutti di livello mondiale e mandati in tribuna perché in panchina nemmeno trovano posto.

Il problema – l’ulteriore problema, diciamo – è che questa incetta di giocatori non solo fa lievitare enormemente gl’ingaggi e le cifre assolute del mercato, ma sottrae in sostanza i giocatori alle altre squadre, anche quando la squadra che li paga li utilizza poco o niente.

Si vedono tornei, come
la Champion’s League, dove anche ottime squadre, che fanno un bel gioco, non hanno un centravanti adeguato, e altre che di centravanti ne hanno sei o sette, alcuni relegati per mesi interi in panchina.

La globalizzazione, o almeno l’estrema internazionalizzazione, del mercato a sua volta impedisce la redistribuzione dei capitali nell’ambito dei sistemi nazionali, dove si svolgono i campionati.

C’è il fondato sospetto che si tratti di una precisa strategia di certe grosse società, quella di non investire nel mercato nazionale, in modo da conservare il gap che le divide dal resto del sistema.

Per esempio, sembra strano che il Milan abbia speso venti milioni di euro per un Oliveira, per altro poco sperimentato, e faccia una trattativa da mercato levantino per i sei o sette, o dieci milioni chiesti dalla Lazio per un giocatore sperimentatissimo e valido come Oddo.

Qualcuno, di fronte a questo quadro, parla di una “questione morale”.

Certamente c’è, molto consistente, molto grave, anche una questione morale: per esempio, per la cultura della vittoria a tutti i costi, per l’aberrante ideologia secondo la quale il valore di una squadra, di un giocatore o allenatore si misura sulla quantità di coppe e coppette che mette in bacheca, costruendo nella mentalità di tutti i giovanio che seguono il calcio l’ida di un mondo diviso tra “vincenti” e “perdenti”..

Ma in realtà, al di là della questione morale, c’è una gravissima crisi di sistema: la rete non può reggere dei moloch, per i quali non era stata pensata e costruita.

Il regolamento stesso del gioco del calcio – perfino il regolamento del campo, oltre a quello societario – non fu pensato a suo tempo per squadre con trenta, quaranta, sessanta tesserati.

Tutto appare così evidente, eppure niente si fa per salvare il sistema.

Anzi, molto si fa e si dice per giustificare ciò che rischia di sfasciare il sistema stesso.

Forse, è una questione di soldi.

Piero dm  

  

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