Saxi. 

Un amico mi ha fatto notare che, nell’articolo su Rimmel, ho commesso una scorrettezza: ho confuso l’autore con il protagonista della canzone, attribuendo di fatto a De Gregori un’ipotetica relazione con la donna al centro del racconto.

E’ vero, non si usa chiamare in causa l’autore nelle vicende di un romanzo o di una canzone, neppure quando il racconto è dichiaratamente autobiografico.

Il mio errore tuttavia ha una ragione ben precisa.

De Gregori appartiene infatti a quel genere di autori che hanno una figura perfettamente coerente con le storie che raccontano, e che non si ha alcuna difficoltà a vedere in quelle scene che loro stessi descrivono, a pronunciare quelle parole, a vivere quelle relazioni.

Una dote, questa, che in realtà è una delle basi principali ed esclusive della grandezza di un interprete o un autore della musica popolare, che non è soltanto un musicista e un poeta, ma è chiamato a rappresentare una tipologia umana, un modo di essere e di sentire.

La compatibilità – meglio ancora la mimesi – tra il racconto e l’interprete equivale a quello che nel teatro è dato dal “verosimile”, ossia da un delicato equilibrio tra finzione, realtà, scenografia, complicità con il pubblico e capacità degli attori nel dare sostanza uamana ai personaggi.

Per rifarci ad un periodo che oggi possiamo chiamare “classico”, tutte le storie delle canzoni di Mina sembrano perfino create sulla sua stessa figura – dalla faccia clownewsca delle Mille Bolle Blu a tutte le vicende sentimentali nelle quali agisce una donna volitiva, arguta, spesso sarcastica ma comunque appassionata e sentimentale. Una donna uguale a ciò che era Mina, nella realtà.

Era lei , sempre, la protagonista di quelle canzoni, con quel tipo di bellezza, con quel viso, con quelle sfumature di voce, ed era impossibile sfuggire a questa stregoneria quando si ascoltava e si guardava Mina.

Lo stesso vale per Battisti, per Venditti, per
la Strambelli, e perfino per alcune band di questo periodo classico, quali i Nomadi e l’Equipe 84, ma in effetti si tratta di una qualità che distingue anche le rock star più recenti, da Vasco Rossi alla Nannini.

Un discorso più delicato riguarda invece un altro grande autore – forse il capostipite di tutti i nostri cantautori, cioè Gino Paoli. Discorso più delicato perché, forse, meno evidente.

Se si ascolta Sapore di sale, riesce difficile immaginare quell’uomo apparentemente ermetico, con i suoi occhiali scuri, sdraiato sulla spiaggia sotto il sole, che è un momento invece di abbandono e di liberazione.

Eppure la suggestione poetica della canzone dichiara che questa discrasia non viene percepita, o che – più verosimilmente – viene sentita come una contraddizione fisologica, forse la ragione principale del suo fascino.

Paoli, infatti, ricorda certi personaggi di Moravia, in specie il protagonista della Noia o quello del Disprezzo: personaggi ermetici e doppi, perché vivono e allo stesso tempo si guardano vivere.

Tutta la canzone consiste nel vivere un momento speciale, che però è speciale perché è proiettato già nel ricordo, e Paoli – con la sua voce contorta, il suo atteggiamento disilluso – sembra raccontare tutta questa scena guardandola dal di fuori, come se parlasse di un fratello o di un amico a lui caro, con un distanza fisica che l’assolo di sax rende indecifrabile, infinita.

Piero dm

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Una Risposta to “”

  1. myosotis Says:

    Io penso che nel creare qualcosa di ritmico, di significativo, di assolutamente speciale e di irriproducibile, l’arte si muova tra due paradigmi in un certo senso “estremi”: l’arte come espressione emotiva di una soggettività, di un esprimere se stess* e basta; l’arte innocentementente individualistica, sostanzialmente amorale e priva di pregiudizi verso sè come verso il mondo che la circonda ( il poeta maledetto, il pittore ai limiti della follia…); oppure l’arte come espressione di una razionalizzazione, di una mediazione tra pulsioni profonde e libertariamente, consapevolmente, alienate: profondamente soggettiva e autobiografica nella sostanza, io credo che l’arte sia espressione di sentimenti profondamente individuali e, proprio in quanto tali, profondamente umani e accessibili a tutti.

    Perche ti dico che questi paradigmi sono estremi è perchè penso che una mediazione tra essi è quasi impossibile. E’ pure follia o pura razionalizzazione, astrazione, l’essere nell’uno o nell’altro estremo; cosa da pochi è riuscire addirittura in un compromesso, in un equilibrio che non ti perda.

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