Terra bruciata. 

Negli ultimi dieci anni credo di aver scritto l’equivalente di tre o quattro libri, partecipando alla discussione politica sulla sinistra, sul berlusconismo, sulla prima, seconda e quasi terza repubblica: ragionamenti politici da esposizione, quasi un revival delle articolesse di Rinascita, mica robetta.

Da circa un anno non si è spenta la voglia di scrivere o di partecipare, ma semplicemente non riesco più a rintracciare niente da dire che non abbia già detto, così tante volte e da tante angolazioni che la tastiera del computer si rifiuta di articolare ancora quelle parole.

 

La gran parte di ciò che sarebbe giusto dire in materia di Partito Democratico, cominciai a dirlo subito dopo la vittoria elettorale del centro-sinistra del ’96: si capiva chiaramente che quella era la strada tracciata, e che alla fine di quella strada c’era la dissoluzione della sinistra, non solo come partiti, ma soprattutto come dimensione ideologica e culturale della realtà politica italiana.

Con la candidatura di Rutelli, prima, e la riproposizone del Professore poi, anche il possibile residuo di un dubbio è stato definitivamente liquidato.

Nessuno è innocente, in questa storia, nemmeno quelli che adesso si smarcano dall’ultimo atto della dissoluzione: sono stati tutti partecipi nella difesa di quella linea tracciata che avrebbe inesorabilmente portato a questa conclusione, e l’hanno difesa, usando le stesse argomentazioni retoriche che ora usa Fassino – la ricchezza delle diversità, l’incontro delle diverse culture politiche democratiche, lo slancio in avanti della volontà, il coraggio di cambiare …

 

Adesso mi ritrovo qui, senza niente da dire, e peggio ancora, senza essere in grado di formulare pensieri su ciò che sento dire, sugli scontri e le polemiche, sui personaggi che muovono questi eventi.

Hanno bruciato il bosco, per fare spazio al pascolo, e in questo territorio smangiucchiato e desolato rimane un fortino, a guardia del nulla.

E infatti, questo è il vero e principale protagonista di questi anni terminali: il nulla.

 

Non c’è più ideologia, non c’è una riforma concreta di grande respiro che viene considerata essenziale, non c’è più neppure la bandiera – quella specie di nazionalismo, che sarà pure l’estrema risorsa dei delinquenti, ma almeno è una risorsa.

Un esperimento – come dicono gl’illusionisti nei teatri – mai tentato prima: essere carismatici teorizzando (e praticando) il rifiuto di tutto ciò che è carismatico.

Perfino nei congressi si è inneggiato alla mediocrità come nuovo valore trainante della coalizione – una vita da mediano, dimenticando che, se non c’erano Paolo Rossi e Bruno Conti, il valoroso Oriali poteva continuare a correre su e giù per i campi spagnoli fino a quando non lo portavano via i giardineri, rimediando tutt’al più come premio una lattina d’aranciata.

 

Siamo qui a difendere la sinistra, a dolerci per la sua dissoluzione: sentiamo che è giusto, ma non capiamo più quali valori, quale identità politica difendiamo.

Il fortino nel deserto dei tartari sembra proprio un bastione abbandonato – il territorio che sta di fronte ai merli di pietra sembra così uguale a quello che sta dietro, e a destra e a sinistra, in una muta desolazione.

 

In realtà, a me sembra che la domanda non sia se mai si debba fare il Partito Democratico, e – se sì – che cosa sarà questo partito.

La domanda che mi si impone da qualche anno è: è davvero necessario che esista una sinistra?

Una sinistra ideologica e di partito, intendo, ma a ben guardare il punto interrogativo può scavare ancor più nel profondo.

La risposta non è difficile per chi pensa che destra e sinistra siano due posizioni geometriche contrapposte, che si legittimano l’una con l’altra: esisterà sempre e comunque “una sinistra”, perché ci sarà sempre una posizione politica che sarà “più a sinistra” di un’altra – dimenticando che questo criterio stesso di valutazione ci sembra possibile oggi, quando viviamo ancora le estreme propaggini di una storia socialista e riformatrice.

Per chi crede che la sinistra si definisca in un progetto trascendente – ossia di trasformazione della società – la questione appare assai meno scontata. Non è per nulla stabilito che un tale progetto ci sia, specialmente se le forze politiche che per un lungo tempo lo avevano rappresentato arrivano a teorizzare esplicitamente che quel progetto è liquidato, non più perseguibile, kaputt.

La non dimenticata “teoria delle maree” esposta da Prodi qualche anno fa, e la mai smentita visione di Napolitano di un mondo dove le disgrazie di una globalizzazione capitalistica sono da considerare come “fenomeni naturali”, sono estremamente indicative a riguardo.

 

Dieci anni di erosione, di dissolvimento, cominciati quando – con la convinzione di una facile vittoria – la gioiosa macchina da guerra è stata beffata dal marketing berlusconiano, che ha saputo chiamare alle armi i riposti sentimenti di un paese intimamente e anticamente fascista.

Invece di studiare le proprie debolezze, e la realtà di un paese anormale, la sinistra ha combattuto il trauma, cercando la soluzione nelle alchimie di schieramento, nella consociazione strutturata con qualunque forza gliene desse l’appiglio, e specialmente con quelle che erano uscite polverizzate da tangentopoli e cercavano una qualsiasi via per rientrare in gioco.

Una specialissima attenzione è stata offerta ai sistemi elettorali, scovando la soluzione suicida del bipolarismo, che offriva per la prima volta la possibilità alla cultura intimamente fascista di questa nazione di candidarsi a governare, praticamente senza ostacoli.

 

Hanno bruciato il bosco, per fare spazio al pascolo, e ai margini di questo pascolo preme una folla composita, nella quale ognuno ha il suo gregge da far brucare: la politica come un suk di cammellieri e pastori di capre, un po’ nemici e un po’ alleati.

Bene.

 

Piero dm

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