Quelli bravi. 

C’è una vulgata che recita, da ormai molti anni, quanto sia grande il divario di bravura tra nord e sud, anche nel calcio.

In parole povere, Milan, Inter e Juventus sarebbero società ben organizzate e condotte con saggezza e competenza, e a questo sarebbbe dovuto il predominio che esercitano sul campionato italiano.

Un postulato assurdo, non fosse altro per la constatazione che chiunque è in grado di fare circa la buona amministrazione di molte città centro-meridionali, contrapposta agli scandali e alle malversazioni che hanno imperversato a Milano e Torino, assai simili in questo alle pessime inclinazioni di altre città distribuite in tutta la penisola.

Se questo non bastasse, tuttavia, Roma e Lazio hanno dimostrato che – avendo la disponibilità di un pacchetto di miliardi – non è affatto impossibile raggiungere il vertice del mondo calcistico anche per società del centro-sud, e in tempi relativamente brevi.

Due scudetti, l’uno di seguito all’altro, che avrebbero potuto e dovuto essere almeno quattro o cinque, a giudicare dalla plateale evidenza del valore sportivo delle due squadre.

I miliardi di Cragnotti e di Sensi– sia pure con decisive differenze tra l’uno e l’altro – sono stati delle vere e proprie forzature, però, come quelle di un giocatore che, per sedersi al tavolo di poker dal quale era escluso, si sia indebitato oltre le proprie possibilità.

Questa forzatura è stata pagata, grazie anche all’opera più o meno esplicita che i loro concorrenti hanno livorosamente esercitato per difendere le proprie posizioni anticamente consolidate.

Ma i due giocatori hanno dimostrato che a quel tavolo di poker sapevano vincere: questo nessuno potrà mai negarlo ai due presidenti, nonostante il lavoro della massa di ascari del giornalismo sportivo italiano, che da anni cercano di seppellire l’evidenza di un calcio che – semmai fosse malato – lo sarebbe in tutte le sue estensioni geografiche e societarie, e non soltanto nelle sue espressioni romane o napoletane.

Una delle malattie più profondamente organiche, strutturali, di questo calcio è la mutazione sopravvenuta nell’ultimo decennio, che lo hanno trasformato da una competizione sportiva in una competizione tra miliardari: al 95% le classifiche dei campionati rispecchiano fedelmente la classifica della ricchezza societaria.

Una ricchezza societaria, s’intende, che non è quella che deriva dagl’incassi alla stadio o da altre fonti che sono intrinseche al gioco, ma dai diritti televisivi (manipolati in regime di oligopolio) e dal conto in banca dei presidenti.

L’Inter che sta guidando il campionato 2006-07 ha accumulato un deficit di mercato di oltre 160 milioni di euro, che andrebbero sommati alle altre centinaia degli anni precedenti: cifre che polverizzano qualunque criterio di competizione sportiva, oltre che qualunque discosrso sui “meriti” di allenatori o dirigenti di società.

Cifre che , a rigore di logica, dovrebbero polverizzare anche i bilanci della società, e  la sue esistenza stessa.

Ma ciò non avviene, il deficit viene azzerato dalla potenza finanziaria del proprietario, così come si verifica per le altre grandi super-miliardarie del calcio italiano e internazionale.

Uno dei momenti più avvilenti, e allo stesso tempo più sintomatici, di questo calcio fu quello in cui si profilava l’avvento dei petrolieri russi nella proprietà della Roma: un gran numero di tifosi si augurava che questo avvento si realizzasse, quale che fosse la natura e l’identità di questi eventuali proprietari, perfino quella mafiosa, nella logica perversa del principio che “a brigante, brigante e mezzo”.

Il brigante e mezzo russo è svanito, è rimasta Capitalia. Sensi e famiglia si sono rimessi in marcia con una notevole fatica, e adesso la società appare integerrima nei bilanci e virtuosa nei comportamenti.

Ma il prezzo è che deve partecipare – e competere – avendo speso nel rafforzamento della squadra 10 milioni di euro (faticosamente reperiti), contro i 160 di chi la precede.

Ovviamente, una situazione perfino peggiore si verifica nella Champion’s, che non per caso vede schierate nella fase finale tutte le società più ricche, gran parte delle quali hanno speso e spenderanno nel mercato cifre neppure comparabili con quelle dei giallorossi.

Questa situazione sarebbe sanabile, almeno nei suoi aspetti più estremi, senza eccessiva difficoltà, se appena si mettese mano a regole che commisurassero la possibilità di spesa agl’introiti sportivi, e che impedissero il risanamento surrettizio dei bilanci.

Ma regole del genere non le vuole nessuno, poiché limiterebbero innanzi tutto i guadagni di coloro che nel calcio ci lavorano, oltre al fatto nudo e crudo che chi ha un potere del quale abusare non ha alcun interesse a sottomettersi a regole del genere.

Piero dm

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