Archive for febbraio 2007

12 febbraio, 2007

Alla fine, i tornelli. 

Sono ormai trascorsi alcuni giorni dai fatti di Catania: siamo stati travolti da un’alluvione di commenti.

Opinioni e pensieri sui fatti in se stessi e sui provvedimenti governativi conseguenti ai fatti.

Solo qualcuno ha provato timidamente ad accennare alla violenza come fenomeno che riguardasse l’intera società, mentre il tema che ha tignosamente tenuto il centro di ogni discorso – e degl’interventi governativi – è stato “il calcio”, sia per essere messo sotto accusa, sia per essere scagionato: in entrambi i casi con effetti, per ragioni opposte, surreali.

E’ del tutto ovvio che il calcio non sia affatto la causa di questo genere di violenza, ma soltanto una specie di vetrina privilegiata nella quale esibire tutto il repertorio della demenza.

Se però non si colloca la demenza nella sua giusta dimensione, dotata della sua corretta identità, i discorsi  e i relativi rimedi non hanno alcun effetto significativo – come in realtà esattamente succede da molti anni.

Qualcuno – come dicevo – ha provato a sommare le violenze che gravitano intorno al calcio con certi orrori scolastici, con quelli familiari, e con la cronaca teppistica, e con le miserie da discoteca, e con il degrado culturale e mentale che emerge sia dalle ricerche sul campo, sia dall’esperienza quotidiana di ciascuno di noi, ma nessuno ha compiuto l’atto finale che la logica imporrebbe: di collegare tutto questo al tipo di vita, di comunicazione, di livello qualitativo e culturale, al sistema sociale nel suo insieme.

Anche in questi casi di lodevole, sebbene timidissimo, fremito intellettuale, lo stato mentale dei dementi sembra una specie di disgrazia naturale in sostanza inspiegabile, fatta salva ovviamente la fatale imperfezione umana, i cuori cattivi, e un’altrettanto fatale e inspiegabile disattenzione delle famiglie.

Innanzi tutto bisogna, a questo punto del discorso, notare che la centralità del calcio in tutte le analisi che ci hanno travolto ha avuto l’effetto di chiamare a raccolta, intorno ai tavoli e alle telecamere, la gente del calcio a fornire le proprie prestazioni di “opinionisti” , con gli effetti disastrosi che sarebbe facile immaginare, se non fosse ancora più semplice constatare ascoltando e guardando.

Gente del calcio che, in questa occasione, è costituita soprattutto da giornalisti e presidenti di società: per gli uni e per gli altri, gl’interessi di bottega ,un’antica, sperimentata ipocrisia, oltre che una vera e propria vocazione a rivoltare la gabbana secondo i refoli del momento e in molti casi un’elementare ottusità, tutto ha contribuito a rendere questi commenti monocordi e totalmente superflui. Del resto, cos’altro c’è da aspettarsi da coloro che per anni hanno alimentato, o comunque fiancheggiato, un ambiente del quale lo scandalo di calciopoli ha mostrato solo le vergogne di pochi mesi e solo quelle comunicate attraverso una manciata di telefonini?

E cosa c’è da aspettarsi da personaggi che si definiscono , o accettano di essere definiti, “opinionisti”?

Con qualche sparuta, e tuttavia benefica, eccezione – sia detto per non buttare tutto al macero.

Quindi, ridurre, confinare ostinatamente al calcio gli eventi di questo genere ha intanto il risultato deleterio di far intervenire – nientedimeno che come “esperti”– la compagnia di giro che gravita intorno al calcio.

In seconda istanza, così facendo si omette di andare a cercare la natura del problema là dove essa risiede: nel vuoto mentale che rende una massa di giovani disponibili a qualunque nefandezza, individuale o di gruppo, e ad essere eventualmente manipolati da certe vecchie pellacce, che hanno trovato nelle frange ultràs il luogo dove riciclarsi dopo la rottamazione del Fuan e di altre bande neofasciste.

Anche qui è bene essere chiari: non è il lato politico al centro del fenomeno, ma lo è invece il vuoto mentale, il degrado antropologico ed esistenziale di un certo tipo di “modernità” – e qui viene spontaneo chiedersi se alcuni dirigenti della sinistra al governo (almeno loro) abbiano letto le Lettere Luterane di Pasolini, e che utilità ne abbiano tratto, nella materia che sono costretti ad affrontare. I libri non sono né tornelli né manganelli, ma aiutano ad essere meno vacui, specialmente nell’età in cui l’esuberanza giovanile lascia il posto a responsabilità ministeriali.

Rendersi conto di questo aspetto del fenomeno innanzi tutto servirebbe a non ridurlo ad un esclusivo problema di ordine pubblico, o meglio, di ordine pubblico da organizzare solo dentro e intorno agli  stadi di calcio.

Servirebbe poi a non considerare il fenomeno degno di attenzione solo se ci scappa il morto, mentre i treni devastati, il razzismo, le scorrerie, il lancio di sassi, fumogeni, razzi e bombe carta sono sono considerati una manifestazione di “entusiasmo”, o al massimo un’esagerazione.

Tuttavia un problema, hic et nunc, pragmaticamente, di ordine pubblico esiste.

Sotto questo aspetto, la pinzocheria ipocrita dei partecipanti al chiacchiericcio di questi giorni ha impedito di mettere in discussione l’opera della polizia.

Gli agenti, innanzi tutto, sono mandati allo sbaraglio, a “combattere” sulle strade e sulle gradinate una guerriglia disuguale, ma soprattutto insensata e con mezzi inadatti.

Le bande di teppisti, infatti, sono chiaramente alla ricerca di un carisma, di una dimensione epica, che si può attuare solo con lo scontro fisico: cosa c’è meglio di poliziotti armati di scudo e di manganello, di gipponi e di barricate da assaltare tra il fumo e le fiamme, per “fomentare” – verbo di moda tra gli ultràs – questa demenziale voglia di guerra? E per cementare appartenenze idiote, cameratismi d’accatto?

Un commissario catanese ha chiesto, intervistato fugacemente la sera stessa, come mai non si usino gl’idranti, da parte della polizia, che toglierebbero gran parte dell’alone epico allo scontro, riducendo i dementi una massa di tacchini spennati, oltre ad essere assai più efficaci nel raggiungere il centro della turbolenza.

Nessuno ha risposto a questo commissario, e ovviamente nessun giornalista si è incaricato di riprendere la domanda rivolto a ministri e questori.

Ecco allora, in conclusione di settimana, tutto il travaglio spostarsi sulla questione dei tornelli e delle telecamere, e sugli stadi a porte chiuse. Un travaglio che non poteva che essere grottesco, nel suo rumoreggiare, nei toni e negli argomenti, tirati di qua e di là secondo le casacche e le convenienze dei vari volteggiatori della compagnia di giro.

Piero dm

7 febbraio, 2007

*** 

I pubblicitari possono comprarsi tutto.

Come bambini ricchi che si aggirano in un luna park senza confini, si guardano intorno e arruolano poeti e monumenti, le canzoni più belle, le scene dei film più indimenticabili, paesaggi e miti letterari, e scavano nei sogni e nei desideri, nelle paure e nei ricordi: possono comprarsi tutto quello che è pagabile con i soldi, e possono pagare tutti coloro che sono capaci di mettere in scena l’impossibile.

Tutto ciò che la pubblicità utilizza per fare propaganda a oggetti miserabili e a servizi idioti è un prodotto dell’intelligenza e della fantasia infinitamente migliore delle cose alle quali è asservito.

Dopo esserci per duemila anni scandalizzati del cavallo nominato senatore dall’imperatore Caligola, abbiamo la possibilità di passare alla storia come la civiltà che ha come imperatore un cavallo che nomina senatore Caligola.

pdm

4 febbraio, 2007

La grazia. 

La leggerezza e la grazia di Rivera, la copertura di campo – l’avrei scoperto solo più tardi – di Crujif, la calma millimetrica di Ardiles.

Nelle partite meno importanti giocava con gli occhiali, tenuti fermi da un elastico, e per questo doveva escludere dal repertorio i colpi di testa.

Eravamo compagni di classe, nella sezione G del liceo Righi, dalla quale riuscivamo a ricavare l’intera squadra che rappresentava l’istituto in occasione di partite di calcio contro gli altri licei romani.

Si chiamava Stefano, ed era uno dei due veri campioni della squadra. Un ragazzo quieto, bello ed elegante, che a sedici, diciassette anni aveva la figura classica di un uomo dieci anni più grande, ma uno di quegli uomini che ad ogni età vedono il mondo con occhi semplici e idee chiare.

Vestiva sempre con giacca e cravatta, i capelli scuri tirati indietro, sorrideva spesso e parlava poco, a voce bassa e opaca.

La stessa grazia che aveva sul campo l’esibiva nel ballo – o forse era il contrario – in quei lunghi passi così demodé, in tempi di musica rock, più adatti allo swing di Sinatra e di Nat King Cole.

In questi voluminosi giri di valzer lento guidava con delicatezza il corpo quasi impalpabile della sua ragazza: l’avevamo conosciuto con lei, e l’abbiamo perso di vista anni più tardi sempre con lei, come una coppia mitologica, senza tempo e senza origini.

Ilia era minuta, delicata, fatta di niente, due grandissimi occhi scuri, capelli lunghi e sorrisi silenziosi.

Una volta, a casa mia, mi chiese una pillola per il mal di testa, e mi trovai solo con lei davanti ad uno specchio, mentre di là la musica e le chiacchiere dei compagni arrivavano soffocati dalla porta socchiusa. Mi appoggiò per un momento la fronte sulla spalla, e le sfiorai la schiena con la punta delle dita. Aveva un profumo che sapeva di rose.

Anni più tardi incontrai per caso Stefano, e ricordammo insieme quegli anni. Gli chiesi di Ilia, e fui sorpreso di sapere che si erano separati poco dopo la fine del liceo.

Mi raccontò che si erano rivisti, qualche tempo dopo, con il rimpianto e la malinconia degli amori che sopravvivono impossibili.

Eravamo in un caffè, tra i mille odori e mille rumori di piazzale Flaminio, ma rimase sospeso tra noi un lieve profumo di rose.

Piero dm

3 febbraio, 2007

Pubblica demenza. 

Il calcio è malato, si dice, ed è vero non da oggi.

Scandali amministrativi, scandali arbitrali, campionati taroccati, passaporti e diritti televisivi: tutto vero.

Le malefatte degli stadi di Italia ’90, però, fanno parte del problema calcio, o di tangentopoli?

Le vergogne deontologiche dei giornalisti sportivi – in minima parte emerse in occasione di calciopoli – fanno parte del fenomeno calcio, o del problema della comunicazione e dell’informazione del sistema Italia, e più in generale del bassissimo livello etico che nel nostro paese investe ogni categoria professionale?

 

Sul fenomeno della violenza dentro e intorno agli stadi di calcio – come nel caso di Catania – nani e ballerine non risparmiano l’indignazione, e specialmente quel particolare genere di sdegno nihilistico, che vorrebbe la catarsi del fuoco che incendiasse tutto e tutti, con la puntuale giaculatoria che rievoca ogni scandalo e scandaletto calcistico. Il rito si ripete da anni, con i risultati che tutti possiamo vedere.

Nessuno ha il coraggio, o la chiarezza, di dire la cosa che aspetta di essere detta da anni: i barbari sono dappertutto, sono nelle scuole, nelle discoteche, per le strade e nei cortili della periferia urbana, sui muretti dei paesi della provincia. Abbiamo due o tre generazioni di barbari, di dementi con la testa vuota, ignoranti, psicolabili, nevrotici, capaci di qualunque cosa.

Abbiamo un intero sistema economico-commerciale fondato sull’imbecillità di ben precisi target di “consumatori”, che sono accuratamente coltivati nella loro sconfinata miseria esistenziale e intellettuale: pensiamo per esempio al vasto popolo giovanile che non ha nulla, non legge nulla, non conosce nulla, ma sta continuamente a trafficare col videofonino e a scaricare suonerie idiote.

 

Non vale neppure la pena di calcolare se si tratta di una maggioranza di dementi, o una miniranza del dieci, del venti o trenta per cento: ce ne sono in assoluto abbastanza per arrivare puntualmente ogni mattina sulle pagine di cronaca nera, per aver malmenato un compagno disabile, o aver dato fuoco al barbone nel parco, o buttato sassi in autostrada, e sono solo i fatti più clamorosi, mentre mille altri gesti agghiaccianti si nascondono nella penombra della quotidianità.

Nel calcio, intorno al calcio, si raggrumano fenomeni antropologici, culturali e sociali che con il calcio in se stesso non hanno molto a che fare, specialmente se si ricercano “le cause”.

 

Naturalmente, c’è anche la corrente di pensiero che cerca nello stato i limiti e le colpe di questo degrado, ma è in fondo solo una variante di una complessiva tendenza alla rimozione.

Di fronte a fenomeni così gravi, che si ripetono ossessivamente, e si manifestano in forma molto simile in campi diversi, una “pubblica intelligenza” dovrebbe prendere atto che non si tratta di problemi settoriali, ma generali, che manifestano il degrado umano e culturale di un’intera nazione.

 

Piero dm

2 febbraio, 2007

Grandi ombre di piccoli uomini. 

Con un imbarazzato distacco la tribù politica intera – non solo quella berlusconiana – ha accolto la lettera di Veronica come una semplice, sorprendente emersione a livello pubblico di un affare privato.

Certamente, c’è nell’episodio un contenuto privato che merita uno scarsissimo interesse, e poco importa se la lettera e la relativa risposta  rientrano in una schermaglia tra  due coniugi accuratamente studiata dai rispettivi consiglieri legali, in vista di una futura causa di divorzio.

Ciò che vale è il documento in se stesso, ossia il testo della lettera inviata a Repubblica: per la prima volta viene posto nella massima evidenza un problema che si agita da più di dieci anni nella politica italiana, ossia se è mai possibile che uno dei personaggi oggettivamente più importanti di questa politica sia un buontempone che va in giro per il mondo e per l’Italia a raccontare barzellette, a fare le corna e a comportarsi come un rappresentante di aspirapolvere al meeting aziendale.

Un’evidenza particolarmente significativa, perché non proviene da settori canonicamente deputati a fare l’opposizione al leader di Forza Italia, e non assume toni satirici, in qualche modo esasperati, ma è invece gelidamente misurata.

In questo senso, ciò che viene messa in discussione  – parallelamente a quella personale e coniugale della signora Lario – è la dignità della classe politica italiana: non soltanto quella che dipende direttamente dal comportamento del suo leader buontempone, ma anche quella dell’opposizione, che non ha saputo e voluto fare di questa dignità un argomento politico, né da un punto di vista culturale, né da un punto di vista strumentalmente elettorale.

Naturalmente, la politica non ha colpe sue proprie, che non siano anche le colpe della nazione della quale è espressione rappresentativa.

Ciò significa che questo degrado del buon gusto sul palcoscenico politico corrisponde ad un degrado – a suo modo assai più grave – dei comportamenti e della cultura dell’intera società italiana, come si è potuto constatare dal progressivo dilagare del trash e della cafoneria come ideologia corrente, come criterio guida nella comunicazione e nello spettacolo, e perfino come valore identificativo di un’improbabile versione tutta italiana della “democrazia” – contrapposta alla visione considerata “aristocratica”, e snobistica, che aveva dominato nella società classista, sopravvissuta per qualche decennio nella fervida italietta post-fascista del dopoguerra.

Una “modernità” di stampo consumistico che ha dato luogo, in pratica, ad una specie di democrazia dell’ignoranza, nella quale ciò che un tempo era sentito come un grave limite culturale, o anche semplicemente scolastico, diventa quasi un elemento di orgoglio, spesso perfino allegramente arrogante.

I sintomi – anzi, diciamo pure le prove clamorosamente evidenti – di un tale degrado riguardano settori diversi della nostra società, alcuni dei quali strategici, dato che il fenomeno non è soltanto limitato a questioni di “buon gusto”, ma si estende a fattori oggettivi sui quali siamo in diretta competizione con il resto del mondo: la qualità della scuola, dell’università, della ricerca, della comunicazione, della produzione e dell’innovazione tecnologica, oltre che la capacità di conservare l’ambiente, il territorio e lo straordinario patrimonio dei beni culturali.

E’ esperienza facile e comune, infatti, quella di incontrare quotidianamente persone giovani e meno giovani che si mostrano assolutamente indifferenti a tali problemi di “qualità”, sia che riguardino l’amministrazione della cosa pubblica, sia che riguardino la loro stessa esperienza, la loro persona, la loro vita e gl’immediati dintorni del luogo nel quale abitano, i giornali che leggono, gli spettacoli televisivi ai quali assistono: il criterio di giudizio è bassissimo, se non inesistente, e spesso l’approvazione è tanto più calorosa quanto più il suo oggetto è miserabile.

Materiale scadente destinato ad un pubblico scadente, in un circuito velenoso che si autoalimenta sulla base del “successo” calcolato sul piano strettamente quantitativo – perché la “democrazia dell’ignoranza” prevede soltanto il conteggio numerico, non il giudizio etico, né quello estetico, politico e culturale, che ne appaiono i nemici naturali nella misura in cui costringono a tener conto della rischiosissima categoria della coscienza.

Non è per altro sorprendente tutto ciò, in un sistema sociale dove il marketing politico e quello commerciale sembrano confluire, in accordo con l’identificazione tra due soggetti in teoria distinti, quali sono il popolo detentore della sovranità ultima politica e la massa dei consumatori.

Appare allora tragicamente profetica la battuta di un vecchio film americano, nel quale un tycoon discute col proprio figlio, nel suo studio al trentesimo piano di un palazzo. Il vecchio, spazientito di fronte al candore del figlio, si alza, va alla finestra e gli mostra la folla che sciama laggiù in basso: “Guàrdali – dice – so benissimo che metà di quella gente disprezza me e i miei prodotti, ma a me basta l’altra metà per essere ricco”, aggiungendo poi che anche gli altri, quelli schizzinosi, a lungo andare dovranno fare i conti con lui, con la sua ricchezza e col suo potere.

Un quadro di questo genere è veramente assai lontano dalla società come l’avevano immaginata i liberali che lottavano per la caduta dell’ancien regime e per l’avvento delle istituzioni democratiche, ed è infatti proprio questo il problema che si ripresenta ormai con cruda insistenza nelle nostre democrazie occidentali, e tanto più nella nostra che parte con un pesante carico di ambiguità storiche e culturali: la democrazia può limitarsi ad essere un puro libero gioco elettorale tra partiti o candidati contrapposti?

Questa domanda assume un significato più ampio, se la consideriamo coronata da altre domande che ne mostrano le molte sfaccettature: la democrazia è un valore che riguarda la società o le istituzioni? Il rifiuto dello stato etico implica una società e un regime che prescindono da un’etica comune? Esistono valori che devono essere sottratti alla logica della maggioranza? …, e così via, fino ai temi che più pragmaticamente investono il comportamento del potere, le situazioni di guerra e di governance che più tendono ad assottigliare la distanza tra il regime democratico e quelli autoritari o totalitari.

Qualche risposta alle domande precedenti l’hanno data, nel corso del ‘900, sia il fascismo, sia il nazismo, con la loro critica feroce verso i “ludi cartacei” del gioco elettorale e verso ciò che appariva caotico, immoralistico e materialistico nella società democratica borghese.

Ma la novità di questi ultimi decenni sta nel fatto che la medesima destra, che non si fa eccessivi scrupoli a ricondursi al fascismo, non appare più – come allora – nemica della “deriva democratica” intesa come volontà di una maggioranza che rompe i rapporti di classe, ma anzi sembra fermamente interessata a fare della maggioranza il fondamento populistico del proprio potere, e difende a spada tratta il diritto di questa maggioranza a legittimare qualunque valore e qualunque proposta.

Una visione che sfocia in quello che è stato definito il “totalitarismo democratico”, ossia un regime che scavalca lo stato di diritto, l’equilibrio dei poteri, i diritti delle minoranze, e ogni altra dimensione che non sia quella della sovranità diretta e inappellabile della “maggioranza”.

Una simile mutazione non dice niente di particolare sulla destra che ne è protagonista – se non la sua connaturata mimesi con il mutare dei tempi – ma dice moltissimo sulla società qual è divenuta nei decenni post-industriali, della cultura di massa e della globalizzazione.

Tutto questo, ci si può chiedere, emana dalla semplice lettera di una moglie addolorata, o in odore di divorzio?

Sì, se si mettono insieme a questa altri mille fenomeni ed episodi.

E poi, non si tratta esattamente di una cosa di poco conto, e lo possiamo capire se immaginiamo di trasporre il gesto alla corte carolingia o nei delicati equilibri della monarchia costituzionale britannica, dove lo schiaffo di una regina consorte o l’accusa di una first lady poteva troncare il destino di uomini per altro verso potentissimi.

La pretesa di banalizzare tutto, di ricondurre ogni cosa alla dimensione de “l’uomo qualunque” fa parte di quella propaganda populistica, nella quale la mediocrità serve all’identificazione ruffiana della maggioranza con il caudillo di turno, che ha il carismatico destino di dimostrare come con gl’ingredianti di questa mediocrità si riesca a costruire la gratificante figura di un piccolo-grande superuomo.

Piero dm