Grandi ombre di piccoli uomini. 

Con un imbarazzato distacco la tribù politica intera – non solo quella berlusconiana – ha accolto la lettera di Veronica come una semplice, sorprendente emersione a livello pubblico di un affare privato.

Certamente, c’è nell’episodio un contenuto privato che merita uno scarsissimo interesse, e poco importa se la lettera e la relativa risposta  rientrano in una schermaglia tra  due coniugi accuratamente studiata dai rispettivi consiglieri legali, in vista di una futura causa di divorzio.

Ciò che vale è il documento in se stesso, ossia il testo della lettera inviata a Repubblica: per la prima volta viene posto nella massima evidenza un problema che si agita da più di dieci anni nella politica italiana, ossia se è mai possibile che uno dei personaggi oggettivamente più importanti di questa politica sia un buontempone che va in giro per il mondo e per l’Italia a raccontare barzellette, a fare le corna e a comportarsi come un rappresentante di aspirapolvere al meeting aziendale.

Un’evidenza particolarmente significativa, perché non proviene da settori canonicamente deputati a fare l’opposizione al leader di Forza Italia, e non assume toni satirici, in qualche modo esasperati, ma è invece gelidamente misurata.

In questo senso, ciò che viene messa in discussione  – parallelamente a quella personale e coniugale della signora Lario – è la dignità della classe politica italiana: non soltanto quella che dipende direttamente dal comportamento del suo leader buontempone, ma anche quella dell’opposizione, che non ha saputo e voluto fare di questa dignità un argomento politico, né da un punto di vista culturale, né da un punto di vista strumentalmente elettorale.

Naturalmente, la politica non ha colpe sue proprie, che non siano anche le colpe della nazione della quale è espressione rappresentativa.

Ciò significa che questo degrado del buon gusto sul palcoscenico politico corrisponde ad un degrado – a suo modo assai più grave – dei comportamenti e della cultura dell’intera società italiana, come si è potuto constatare dal progressivo dilagare del trash e della cafoneria come ideologia corrente, come criterio guida nella comunicazione e nello spettacolo, e perfino come valore identificativo di un’improbabile versione tutta italiana della “democrazia” – contrapposta alla visione considerata “aristocratica”, e snobistica, che aveva dominato nella società classista, sopravvissuta per qualche decennio nella fervida italietta post-fascista del dopoguerra.

Una “modernità” di stampo consumistico che ha dato luogo, in pratica, ad una specie di democrazia dell’ignoranza, nella quale ciò che un tempo era sentito come un grave limite culturale, o anche semplicemente scolastico, diventa quasi un elemento di orgoglio, spesso perfino allegramente arrogante.

I sintomi – anzi, diciamo pure le prove clamorosamente evidenti – di un tale degrado riguardano settori diversi della nostra società, alcuni dei quali strategici, dato che il fenomeno non è soltanto limitato a questioni di “buon gusto”, ma si estende a fattori oggettivi sui quali siamo in diretta competizione con il resto del mondo: la qualità della scuola, dell’università, della ricerca, della comunicazione, della produzione e dell’innovazione tecnologica, oltre che la capacità di conservare l’ambiente, il territorio e lo straordinario patrimonio dei beni culturali.

E’ esperienza facile e comune, infatti, quella di incontrare quotidianamente persone giovani e meno giovani che si mostrano assolutamente indifferenti a tali problemi di “qualità”, sia che riguardino l’amministrazione della cosa pubblica, sia che riguardino la loro stessa esperienza, la loro persona, la loro vita e gl’immediati dintorni del luogo nel quale abitano, i giornali che leggono, gli spettacoli televisivi ai quali assistono: il criterio di giudizio è bassissimo, se non inesistente, e spesso l’approvazione è tanto più calorosa quanto più il suo oggetto è miserabile.

Materiale scadente destinato ad un pubblico scadente, in un circuito velenoso che si autoalimenta sulla base del “successo” calcolato sul piano strettamente quantitativo – perché la “democrazia dell’ignoranza” prevede soltanto il conteggio numerico, non il giudizio etico, né quello estetico, politico e culturale, che ne appaiono i nemici naturali nella misura in cui costringono a tener conto della rischiosissima categoria della coscienza.

Non è per altro sorprendente tutto ciò, in un sistema sociale dove il marketing politico e quello commerciale sembrano confluire, in accordo con l’identificazione tra due soggetti in teoria distinti, quali sono il popolo detentore della sovranità ultima politica e la massa dei consumatori.

Appare allora tragicamente profetica la battuta di un vecchio film americano, nel quale un tycoon discute col proprio figlio, nel suo studio al trentesimo piano di un palazzo. Il vecchio, spazientito di fronte al candore del figlio, si alza, va alla finestra e gli mostra la folla che sciama laggiù in basso: “Guàrdali – dice – so benissimo che metà di quella gente disprezza me e i miei prodotti, ma a me basta l’altra metà per essere ricco”, aggiungendo poi che anche gli altri, quelli schizzinosi, a lungo andare dovranno fare i conti con lui, con la sua ricchezza e col suo potere.

Un quadro di questo genere è veramente assai lontano dalla società come l’avevano immaginata i liberali che lottavano per la caduta dell’ancien regime e per l’avvento delle istituzioni democratiche, ed è infatti proprio questo il problema che si ripresenta ormai con cruda insistenza nelle nostre democrazie occidentali, e tanto più nella nostra che parte con un pesante carico di ambiguità storiche e culturali: la democrazia può limitarsi ad essere un puro libero gioco elettorale tra partiti o candidati contrapposti?

Questa domanda assume un significato più ampio, se la consideriamo coronata da altre domande che ne mostrano le molte sfaccettature: la democrazia è un valore che riguarda la società o le istituzioni? Il rifiuto dello stato etico implica una società e un regime che prescindono da un’etica comune? Esistono valori che devono essere sottratti alla logica della maggioranza? …, e così via, fino ai temi che più pragmaticamente investono il comportamento del potere, le situazioni di guerra e di governance che più tendono ad assottigliare la distanza tra il regime democratico e quelli autoritari o totalitari.

Qualche risposta alle domande precedenti l’hanno data, nel corso del ‘900, sia il fascismo, sia il nazismo, con la loro critica feroce verso i “ludi cartacei” del gioco elettorale e verso ciò che appariva caotico, immoralistico e materialistico nella società democratica borghese.

Ma la novità di questi ultimi decenni sta nel fatto che la medesima destra, che non si fa eccessivi scrupoli a ricondursi al fascismo, non appare più – come allora – nemica della “deriva democratica” intesa come volontà di una maggioranza che rompe i rapporti di classe, ma anzi sembra fermamente interessata a fare della maggioranza il fondamento populistico del proprio potere, e difende a spada tratta il diritto di questa maggioranza a legittimare qualunque valore e qualunque proposta.

Una visione che sfocia in quello che è stato definito il “totalitarismo democratico”, ossia un regime che scavalca lo stato di diritto, l’equilibrio dei poteri, i diritti delle minoranze, e ogni altra dimensione che non sia quella della sovranità diretta e inappellabile della “maggioranza”.

Una simile mutazione non dice niente di particolare sulla destra che ne è protagonista – se non la sua connaturata mimesi con il mutare dei tempi – ma dice moltissimo sulla società qual è divenuta nei decenni post-industriali, della cultura di massa e della globalizzazione.

Tutto questo, ci si può chiedere, emana dalla semplice lettera di una moglie addolorata, o in odore di divorzio?

Sì, se si mettono insieme a questa altri mille fenomeni ed episodi.

E poi, non si tratta esattamente di una cosa di poco conto, e lo possiamo capire se immaginiamo di trasporre il gesto alla corte carolingia o nei delicati equilibri della monarchia costituzionale britannica, dove lo schiaffo di una regina consorte o l’accusa di una first lady poteva troncare il destino di uomini per altro verso potentissimi.

La pretesa di banalizzare tutto, di ricondurre ogni cosa alla dimensione de “l’uomo qualunque” fa parte di quella propaganda populistica, nella quale la mediocrità serve all’identificazione ruffiana della maggioranza con il caudillo di turno, che ha il carismatico destino di dimostrare come con gl’ingredianti di questa mediocrità si riesca a costruire la gratificante figura di un piccolo-grande superuomo.

Piero dm

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2 Risposte to “”

  1. Corrado Says:

    Molto ben detto. Molto esatto. Anche se al pessimismo bisogna sempre contrapporre qualche lucida speranza. Dato dal fatto stesso che c’è pur sempre ancora qualcuno in grado di criticare la democrazia dell’ignoranza.

  2. pierodm Says:

    Giusto: c’è ancora qualcuno, anzi ci sono ancora tanti che sono in grado di farlo.
    Ma per quanto ancora?

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