Pubblica demenza. 

Il calcio è malato, si dice, ed è vero non da oggi.

Scandali amministrativi, scandali arbitrali, campionati taroccati, passaporti e diritti televisivi: tutto vero.

Le malefatte degli stadi di Italia ’90, però, fanno parte del problema calcio, o di tangentopoli?

Le vergogne deontologiche dei giornalisti sportivi – in minima parte emerse in occasione di calciopoli – fanno parte del fenomeno calcio, o del problema della comunicazione e dell’informazione del sistema Italia, e più in generale del bassissimo livello etico che nel nostro paese investe ogni categoria professionale?

 

Sul fenomeno della violenza dentro e intorno agli stadi di calcio – come nel caso di Catania – nani e ballerine non risparmiano l’indignazione, e specialmente quel particolare genere di sdegno nihilistico, che vorrebbe la catarsi del fuoco che incendiasse tutto e tutti, con la puntuale giaculatoria che rievoca ogni scandalo e scandaletto calcistico. Il rito si ripete da anni, con i risultati che tutti possiamo vedere.

Nessuno ha il coraggio, o la chiarezza, di dire la cosa che aspetta di essere detta da anni: i barbari sono dappertutto, sono nelle scuole, nelle discoteche, per le strade e nei cortili della periferia urbana, sui muretti dei paesi della provincia. Abbiamo due o tre generazioni di barbari, di dementi con la testa vuota, ignoranti, psicolabili, nevrotici, capaci di qualunque cosa.

Abbiamo un intero sistema economico-commerciale fondato sull’imbecillità di ben precisi target di “consumatori”, che sono accuratamente coltivati nella loro sconfinata miseria esistenziale e intellettuale: pensiamo per esempio al vasto popolo giovanile che non ha nulla, non legge nulla, non conosce nulla, ma sta continuamente a trafficare col videofonino e a scaricare suonerie idiote.

 

Non vale neppure la pena di calcolare se si tratta di una maggioranza di dementi, o una miniranza del dieci, del venti o trenta per cento: ce ne sono in assoluto abbastanza per arrivare puntualmente ogni mattina sulle pagine di cronaca nera, per aver malmenato un compagno disabile, o aver dato fuoco al barbone nel parco, o buttato sassi in autostrada, e sono solo i fatti più clamorosi, mentre mille altri gesti agghiaccianti si nascondono nella penombra della quotidianità.

Nel calcio, intorno al calcio, si raggrumano fenomeni antropologici, culturali e sociali che con il calcio in se stesso non hanno molto a che fare, specialmente se si ricercano “le cause”.

 

Naturalmente, c’è anche la corrente di pensiero che cerca nello stato i limiti e le colpe di questo degrado, ma è in fondo solo una variante di una complessiva tendenza alla rimozione.

Di fronte a fenomeni così gravi, che si ripetono ossessivamente, e si manifestano in forma molto simile in campi diversi, una “pubblica intelligenza” dovrebbe prendere atto che non si tratta di problemi settoriali, ma generali, che manifestano il degrado umano e culturale di un’intera nazione.

 

Piero dm

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