La grazia. 

La leggerezza e la grazia di Rivera, la copertura di campo – l’avrei scoperto solo più tardi – di Crujif, la calma millimetrica di Ardiles.

Nelle partite meno importanti giocava con gli occhiali, tenuti fermi da un elastico, e per questo doveva escludere dal repertorio i colpi di testa.

Eravamo compagni di classe, nella sezione G del liceo Righi, dalla quale riuscivamo a ricavare l’intera squadra che rappresentava l’istituto in occasione di partite di calcio contro gli altri licei romani.

Si chiamava Stefano, ed era uno dei due veri campioni della squadra. Un ragazzo quieto, bello ed elegante, che a sedici, diciassette anni aveva la figura classica di un uomo dieci anni più grande, ma uno di quegli uomini che ad ogni età vedono il mondo con occhi semplici e idee chiare.

Vestiva sempre con giacca e cravatta, i capelli scuri tirati indietro, sorrideva spesso e parlava poco, a voce bassa e opaca.

La stessa grazia che aveva sul campo l’esibiva nel ballo – o forse era il contrario – in quei lunghi passi così demodé, in tempi di musica rock, più adatti allo swing di Sinatra e di Nat King Cole.

In questi voluminosi giri di valzer lento guidava con delicatezza il corpo quasi impalpabile della sua ragazza: l’avevamo conosciuto con lei, e l’abbiamo perso di vista anni più tardi sempre con lei, come una coppia mitologica, senza tempo e senza origini.

Ilia era minuta, delicata, fatta di niente, due grandissimi occhi scuri, capelli lunghi e sorrisi silenziosi.

Una volta, a casa mia, mi chiese una pillola per il mal di testa, e mi trovai solo con lei davanti ad uno specchio, mentre di là la musica e le chiacchiere dei compagni arrivavano soffocati dalla porta socchiusa. Mi appoggiò per un momento la fronte sulla spalla, e le sfiorai la schiena con la punta delle dita. Aveva un profumo che sapeva di rose.

Anni più tardi incontrai per caso Stefano, e ricordammo insieme quegli anni. Gli chiesi di Ilia, e fui sorpreso di sapere che si erano separati poco dopo la fine del liceo.

Mi raccontò che si erano rivisti, qualche tempo dopo, con il rimpianto e la malinconia degli amori che sopravvivono impossibili.

Eravamo in un caffè, tra i mille odori e mille rumori di piazzale Flaminio, ma rimase sospeso tra noi un lieve profumo di rose.

Piero dm

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