Alla fine, i tornelli. 

Sono ormai trascorsi alcuni giorni dai fatti di Catania: siamo stati travolti da un’alluvione di commenti.

Opinioni e pensieri sui fatti in se stessi e sui provvedimenti governativi conseguenti ai fatti.

Solo qualcuno ha provato timidamente ad accennare alla violenza come fenomeno che riguardasse l’intera società, mentre il tema che ha tignosamente tenuto il centro di ogni discorso – e degl’interventi governativi – è stato “il calcio”, sia per essere messo sotto accusa, sia per essere scagionato: in entrambi i casi con effetti, per ragioni opposte, surreali.

E’ del tutto ovvio che il calcio non sia affatto la causa di questo genere di violenza, ma soltanto una specie di vetrina privilegiata nella quale esibire tutto il repertorio della demenza.

Se però non si colloca la demenza nella sua giusta dimensione, dotata della sua corretta identità, i discorsi  e i relativi rimedi non hanno alcun effetto significativo – come in realtà esattamente succede da molti anni.

Qualcuno – come dicevo – ha provato a sommare le violenze che gravitano intorno al calcio con certi orrori scolastici, con quelli familiari, e con la cronaca teppistica, e con le miserie da discoteca, e con il degrado culturale e mentale che emerge sia dalle ricerche sul campo, sia dall’esperienza quotidiana di ciascuno di noi, ma nessuno ha compiuto l’atto finale che la logica imporrebbe: di collegare tutto questo al tipo di vita, di comunicazione, di livello qualitativo e culturale, al sistema sociale nel suo insieme.

Anche in questi casi di lodevole, sebbene timidissimo, fremito intellettuale, lo stato mentale dei dementi sembra una specie di disgrazia naturale in sostanza inspiegabile, fatta salva ovviamente la fatale imperfezione umana, i cuori cattivi, e un’altrettanto fatale e inspiegabile disattenzione delle famiglie.

Innanzi tutto bisogna, a questo punto del discorso, notare che la centralità del calcio in tutte le analisi che ci hanno travolto ha avuto l’effetto di chiamare a raccolta, intorno ai tavoli e alle telecamere, la gente del calcio a fornire le proprie prestazioni di “opinionisti” , con gli effetti disastrosi che sarebbe facile immaginare, se non fosse ancora più semplice constatare ascoltando e guardando.

Gente del calcio che, in questa occasione, è costituita soprattutto da giornalisti e presidenti di società: per gli uni e per gli altri, gl’interessi di bottega ,un’antica, sperimentata ipocrisia, oltre che una vera e propria vocazione a rivoltare la gabbana secondo i refoli del momento e in molti casi un’elementare ottusità, tutto ha contribuito a rendere questi commenti monocordi e totalmente superflui. Del resto, cos’altro c’è da aspettarsi da coloro che per anni hanno alimentato, o comunque fiancheggiato, un ambiente del quale lo scandalo di calciopoli ha mostrato solo le vergogne di pochi mesi e solo quelle comunicate attraverso una manciata di telefonini?

E cosa c’è da aspettarsi da personaggi che si definiscono , o accettano di essere definiti, “opinionisti”?

Con qualche sparuta, e tuttavia benefica, eccezione – sia detto per non buttare tutto al macero.

Quindi, ridurre, confinare ostinatamente al calcio gli eventi di questo genere ha intanto il risultato deleterio di far intervenire – nientedimeno che come “esperti”– la compagnia di giro che gravita intorno al calcio.

In seconda istanza, così facendo si omette di andare a cercare la natura del problema là dove essa risiede: nel vuoto mentale che rende una massa di giovani disponibili a qualunque nefandezza, individuale o di gruppo, e ad essere eventualmente manipolati da certe vecchie pellacce, che hanno trovato nelle frange ultràs il luogo dove riciclarsi dopo la rottamazione del Fuan e di altre bande neofasciste.

Anche qui è bene essere chiari: non è il lato politico al centro del fenomeno, ma lo è invece il vuoto mentale, il degrado antropologico ed esistenziale di un certo tipo di “modernità” – e qui viene spontaneo chiedersi se alcuni dirigenti della sinistra al governo (almeno loro) abbiano letto le Lettere Luterane di Pasolini, e che utilità ne abbiano tratto, nella materia che sono costretti ad affrontare. I libri non sono né tornelli né manganelli, ma aiutano ad essere meno vacui, specialmente nell’età in cui l’esuberanza giovanile lascia il posto a responsabilità ministeriali.

Rendersi conto di questo aspetto del fenomeno innanzi tutto servirebbe a non ridurlo ad un esclusivo problema di ordine pubblico, o meglio, di ordine pubblico da organizzare solo dentro e intorno agli  stadi di calcio.

Servirebbe poi a non considerare il fenomeno degno di attenzione solo se ci scappa il morto, mentre i treni devastati, il razzismo, le scorrerie, il lancio di sassi, fumogeni, razzi e bombe carta sono sono considerati una manifestazione di “entusiasmo”, o al massimo un’esagerazione.

Tuttavia un problema, hic et nunc, pragmaticamente, di ordine pubblico esiste.

Sotto questo aspetto, la pinzocheria ipocrita dei partecipanti al chiacchiericcio di questi giorni ha impedito di mettere in discussione l’opera della polizia.

Gli agenti, innanzi tutto, sono mandati allo sbaraglio, a “combattere” sulle strade e sulle gradinate una guerriglia disuguale, ma soprattutto insensata e con mezzi inadatti.

Le bande di teppisti, infatti, sono chiaramente alla ricerca di un carisma, di una dimensione epica, che si può attuare solo con lo scontro fisico: cosa c’è meglio di poliziotti armati di scudo e di manganello, di gipponi e di barricate da assaltare tra il fumo e le fiamme, per “fomentare” – verbo di moda tra gli ultràs – questa demenziale voglia di guerra? E per cementare appartenenze idiote, cameratismi d’accatto?

Un commissario catanese ha chiesto, intervistato fugacemente la sera stessa, come mai non si usino gl’idranti, da parte della polizia, che toglierebbero gran parte dell’alone epico allo scontro, riducendo i dementi una massa di tacchini spennati, oltre ad essere assai più efficaci nel raggiungere il centro della turbolenza.

Nessuno ha risposto a questo commissario, e ovviamente nessun giornalista si è incaricato di riprendere la domanda rivolto a ministri e questori.

Ecco allora, in conclusione di settimana, tutto il travaglio spostarsi sulla questione dei tornelli e delle telecamere, e sugli stadi a porte chiuse. Un travaglio che non poteva che essere grottesco, nel suo rumoreggiare, nei toni e negli argomenti, tirati di qua e di là secondo le casacche e le convenienze dei vari volteggiatori della compagnia di giro.

Piero dm

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