Archive for the ‘Fabula Romanza’ Category

12 febbraio, 2007

Alla fine, i tornelli. 

Sono ormai trascorsi alcuni giorni dai fatti di Catania: siamo stati travolti da un’alluvione di commenti.

Opinioni e pensieri sui fatti in se stessi e sui provvedimenti governativi conseguenti ai fatti.

Solo qualcuno ha provato timidamente ad accennare alla violenza come fenomeno che riguardasse l’intera società, mentre il tema che ha tignosamente tenuto il centro di ogni discorso – e degl’interventi governativi – è stato “il calcio”, sia per essere messo sotto accusa, sia per essere scagionato: in entrambi i casi con effetti, per ragioni opposte, surreali.

E’ del tutto ovvio che il calcio non sia affatto la causa di questo genere di violenza, ma soltanto una specie di vetrina privilegiata nella quale esibire tutto il repertorio della demenza.

Se però non si colloca la demenza nella sua giusta dimensione, dotata della sua corretta identità, i discorsi  e i relativi rimedi non hanno alcun effetto significativo – come in realtà esattamente succede da molti anni.

Qualcuno – come dicevo – ha provato a sommare le violenze che gravitano intorno al calcio con certi orrori scolastici, con quelli familiari, e con la cronaca teppistica, e con le miserie da discoteca, e con il degrado culturale e mentale che emerge sia dalle ricerche sul campo, sia dall’esperienza quotidiana di ciascuno di noi, ma nessuno ha compiuto l’atto finale che la logica imporrebbe: di collegare tutto questo al tipo di vita, di comunicazione, di livello qualitativo e culturale, al sistema sociale nel suo insieme.

Anche in questi casi di lodevole, sebbene timidissimo, fremito intellettuale, lo stato mentale dei dementi sembra una specie di disgrazia naturale in sostanza inspiegabile, fatta salva ovviamente la fatale imperfezione umana, i cuori cattivi, e un’altrettanto fatale e inspiegabile disattenzione delle famiglie.

Innanzi tutto bisogna, a questo punto del discorso, notare che la centralità del calcio in tutte le analisi che ci hanno travolto ha avuto l’effetto di chiamare a raccolta, intorno ai tavoli e alle telecamere, la gente del calcio a fornire le proprie prestazioni di “opinionisti” , con gli effetti disastrosi che sarebbe facile immaginare, se non fosse ancora più semplice constatare ascoltando e guardando.

Gente del calcio che, in questa occasione, è costituita soprattutto da giornalisti e presidenti di società: per gli uni e per gli altri, gl’interessi di bottega ,un’antica, sperimentata ipocrisia, oltre che una vera e propria vocazione a rivoltare la gabbana secondo i refoli del momento e in molti casi un’elementare ottusità, tutto ha contribuito a rendere questi commenti monocordi e totalmente superflui. Del resto, cos’altro c’è da aspettarsi da coloro che per anni hanno alimentato, o comunque fiancheggiato, un ambiente del quale lo scandalo di calciopoli ha mostrato solo le vergogne di pochi mesi e solo quelle comunicate attraverso una manciata di telefonini?

E cosa c’è da aspettarsi da personaggi che si definiscono , o accettano di essere definiti, “opinionisti”?

Con qualche sparuta, e tuttavia benefica, eccezione – sia detto per non buttare tutto al macero.

Quindi, ridurre, confinare ostinatamente al calcio gli eventi di questo genere ha intanto il risultato deleterio di far intervenire – nientedimeno che come “esperti”– la compagnia di giro che gravita intorno al calcio.

In seconda istanza, così facendo si omette di andare a cercare la natura del problema là dove essa risiede: nel vuoto mentale che rende una massa di giovani disponibili a qualunque nefandezza, individuale o di gruppo, e ad essere eventualmente manipolati da certe vecchie pellacce, che hanno trovato nelle frange ultràs il luogo dove riciclarsi dopo la rottamazione del Fuan e di altre bande neofasciste.

Anche qui è bene essere chiari: non è il lato politico al centro del fenomeno, ma lo è invece il vuoto mentale, il degrado antropologico ed esistenziale di un certo tipo di “modernità” – e qui viene spontaneo chiedersi se alcuni dirigenti della sinistra al governo (almeno loro) abbiano letto le Lettere Luterane di Pasolini, e che utilità ne abbiano tratto, nella materia che sono costretti ad affrontare. I libri non sono né tornelli né manganelli, ma aiutano ad essere meno vacui, specialmente nell’età in cui l’esuberanza giovanile lascia il posto a responsabilità ministeriali.

Rendersi conto di questo aspetto del fenomeno innanzi tutto servirebbe a non ridurlo ad un esclusivo problema di ordine pubblico, o meglio, di ordine pubblico da organizzare solo dentro e intorno agli  stadi di calcio.

Servirebbe poi a non considerare il fenomeno degno di attenzione solo se ci scappa il morto, mentre i treni devastati, il razzismo, le scorrerie, il lancio di sassi, fumogeni, razzi e bombe carta sono sono considerati una manifestazione di “entusiasmo”, o al massimo un’esagerazione.

Tuttavia un problema, hic et nunc, pragmaticamente, di ordine pubblico esiste.

Sotto questo aspetto, la pinzocheria ipocrita dei partecipanti al chiacchiericcio di questi giorni ha impedito di mettere in discussione l’opera della polizia.

Gli agenti, innanzi tutto, sono mandati allo sbaraglio, a “combattere” sulle strade e sulle gradinate una guerriglia disuguale, ma soprattutto insensata e con mezzi inadatti.

Le bande di teppisti, infatti, sono chiaramente alla ricerca di un carisma, di una dimensione epica, che si può attuare solo con lo scontro fisico: cosa c’è meglio di poliziotti armati di scudo e di manganello, di gipponi e di barricate da assaltare tra il fumo e le fiamme, per “fomentare” – verbo di moda tra gli ultràs – questa demenziale voglia di guerra? E per cementare appartenenze idiote, cameratismi d’accatto?

Un commissario catanese ha chiesto, intervistato fugacemente la sera stessa, come mai non si usino gl’idranti, da parte della polizia, che toglierebbero gran parte dell’alone epico allo scontro, riducendo i dementi una massa di tacchini spennati, oltre ad essere assai più efficaci nel raggiungere il centro della turbolenza.

Nessuno ha risposto a questo commissario, e ovviamente nessun giornalista si è incaricato di riprendere la domanda rivolto a ministri e questori.

Ecco allora, in conclusione di settimana, tutto il travaglio spostarsi sulla questione dei tornelli e delle telecamere, e sugli stadi a porte chiuse. Un travaglio che non poteva che essere grottesco, nel suo rumoreggiare, nei toni e negli argomenti, tirati di qua e di là secondo le casacche e le convenienze dei vari volteggiatori della compagnia di giro.

Piero dm

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7 febbraio, 2007

*** 

I pubblicitari possono comprarsi tutto.

Come bambini ricchi che si aggirano in un luna park senza confini, si guardano intorno e arruolano poeti e monumenti, le canzoni più belle, le scene dei film più indimenticabili, paesaggi e miti letterari, e scavano nei sogni e nei desideri, nelle paure e nei ricordi: possono comprarsi tutto quello che è pagabile con i soldi, e possono pagare tutti coloro che sono capaci di mettere in scena l’impossibile.

Tutto ciò che la pubblicità utilizza per fare propaganda a oggetti miserabili e a servizi idioti è un prodotto dell’intelligenza e della fantasia infinitamente migliore delle cose alle quali è asservito.

Dopo esserci per duemila anni scandalizzati del cavallo nominato senatore dall’imperatore Caligola, abbiamo la possibilità di passare alla storia come la civiltà che ha come imperatore un cavallo che nomina senatore Caligola.

pdm

3 febbraio, 2007

Pubblica demenza. 

Il calcio è malato, si dice, ed è vero non da oggi.

Scandali amministrativi, scandali arbitrali, campionati taroccati, passaporti e diritti televisivi: tutto vero.

Le malefatte degli stadi di Italia ’90, però, fanno parte del problema calcio, o di tangentopoli?

Le vergogne deontologiche dei giornalisti sportivi – in minima parte emerse in occasione di calciopoli – fanno parte del fenomeno calcio, o del problema della comunicazione e dell’informazione del sistema Italia, e più in generale del bassissimo livello etico che nel nostro paese investe ogni categoria professionale?

 

Sul fenomeno della violenza dentro e intorno agli stadi di calcio – come nel caso di Catania – nani e ballerine non risparmiano l’indignazione, e specialmente quel particolare genere di sdegno nihilistico, che vorrebbe la catarsi del fuoco che incendiasse tutto e tutti, con la puntuale giaculatoria che rievoca ogni scandalo e scandaletto calcistico. Il rito si ripete da anni, con i risultati che tutti possiamo vedere.

Nessuno ha il coraggio, o la chiarezza, di dire la cosa che aspetta di essere detta da anni: i barbari sono dappertutto, sono nelle scuole, nelle discoteche, per le strade e nei cortili della periferia urbana, sui muretti dei paesi della provincia. Abbiamo due o tre generazioni di barbari, di dementi con la testa vuota, ignoranti, psicolabili, nevrotici, capaci di qualunque cosa.

Abbiamo un intero sistema economico-commerciale fondato sull’imbecillità di ben precisi target di “consumatori”, che sono accuratamente coltivati nella loro sconfinata miseria esistenziale e intellettuale: pensiamo per esempio al vasto popolo giovanile che non ha nulla, non legge nulla, non conosce nulla, ma sta continuamente a trafficare col videofonino e a scaricare suonerie idiote.

 

Non vale neppure la pena di calcolare se si tratta di una maggioranza di dementi, o una miniranza del dieci, del venti o trenta per cento: ce ne sono in assoluto abbastanza per arrivare puntualmente ogni mattina sulle pagine di cronaca nera, per aver malmenato un compagno disabile, o aver dato fuoco al barbone nel parco, o buttato sassi in autostrada, e sono solo i fatti più clamorosi, mentre mille altri gesti agghiaccianti si nascondono nella penombra della quotidianità.

Nel calcio, intorno al calcio, si raggrumano fenomeni antropologici, culturali e sociali che con il calcio in se stesso non hanno molto a che fare, specialmente se si ricercano “le cause”.

 

Naturalmente, c’è anche la corrente di pensiero che cerca nello stato i limiti e le colpe di questo degrado, ma è in fondo solo una variante di una complessiva tendenza alla rimozione.

Di fronte a fenomeni così gravi, che si ripetono ossessivamente, e si manifestano in forma molto simile in campi diversi, una “pubblica intelligenza” dovrebbe prendere atto che non si tratta di problemi settoriali, ma generali, che manifestano il degrado umano e culturale di un’intera nazione.

 

Piero dm

2 febbraio, 2007

Grandi ombre di piccoli uomini. 

Con un imbarazzato distacco la tribù politica intera – non solo quella berlusconiana – ha accolto la lettera di Veronica come una semplice, sorprendente emersione a livello pubblico di un affare privato.

Certamente, c’è nell’episodio un contenuto privato che merita uno scarsissimo interesse, e poco importa se la lettera e la relativa risposta  rientrano in una schermaglia tra  due coniugi accuratamente studiata dai rispettivi consiglieri legali, in vista di una futura causa di divorzio.

Ciò che vale è il documento in se stesso, ossia il testo della lettera inviata a Repubblica: per la prima volta viene posto nella massima evidenza un problema che si agita da più di dieci anni nella politica italiana, ossia se è mai possibile che uno dei personaggi oggettivamente più importanti di questa politica sia un buontempone che va in giro per il mondo e per l’Italia a raccontare barzellette, a fare le corna e a comportarsi come un rappresentante di aspirapolvere al meeting aziendale.

Un’evidenza particolarmente significativa, perché non proviene da settori canonicamente deputati a fare l’opposizione al leader di Forza Italia, e non assume toni satirici, in qualche modo esasperati, ma è invece gelidamente misurata.

In questo senso, ciò che viene messa in discussione  – parallelamente a quella personale e coniugale della signora Lario – è la dignità della classe politica italiana: non soltanto quella che dipende direttamente dal comportamento del suo leader buontempone, ma anche quella dell’opposizione, che non ha saputo e voluto fare di questa dignità un argomento politico, né da un punto di vista culturale, né da un punto di vista strumentalmente elettorale.

Naturalmente, la politica non ha colpe sue proprie, che non siano anche le colpe della nazione della quale è espressione rappresentativa.

Ciò significa che questo degrado del buon gusto sul palcoscenico politico corrisponde ad un degrado – a suo modo assai più grave – dei comportamenti e della cultura dell’intera società italiana, come si è potuto constatare dal progressivo dilagare del trash e della cafoneria come ideologia corrente, come criterio guida nella comunicazione e nello spettacolo, e perfino come valore identificativo di un’improbabile versione tutta italiana della “democrazia” – contrapposta alla visione considerata “aristocratica”, e snobistica, che aveva dominato nella società classista, sopravvissuta per qualche decennio nella fervida italietta post-fascista del dopoguerra.

Una “modernità” di stampo consumistico che ha dato luogo, in pratica, ad una specie di democrazia dell’ignoranza, nella quale ciò che un tempo era sentito come un grave limite culturale, o anche semplicemente scolastico, diventa quasi un elemento di orgoglio, spesso perfino allegramente arrogante.

I sintomi – anzi, diciamo pure le prove clamorosamente evidenti – di un tale degrado riguardano settori diversi della nostra società, alcuni dei quali strategici, dato che il fenomeno non è soltanto limitato a questioni di “buon gusto”, ma si estende a fattori oggettivi sui quali siamo in diretta competizione con il resto del mondo: la qualità della scuola, dell’università, della ricerca, della comunicazione, della produzione e dell’innovazione tecnologica, oltre che la capacità di conservare l’ambiente, il territorio e lo straordinario patrimonio dei beni culturali.

E’ esperienza facile e comune, infatti, quella di incontrare quotidianamente persone giovani e meno giovani che si mostrano assolutamente indifferenti a tali problemi di “qualità”, sia che riguardino l’amministrazione della cosa pubblica, sia che riguardino la loro stessa esperienza, la loro persona, la loro vita e gl’immediati dintorni del luogo nel quale abitano, i giornali che leggono, gli spettacoli televisivi ai quali assistono: il criterio di giudizio è bassissimo, se non inesistente, e spesso l’approvazione è tanto più calorosa quanto più il suo oggetto è miserabile.

Materiale scadente destinato ad un pubblico scadente, in un circuito velenoso che si autoalimenta sulla base del “successo” calcolato sul piano strettamente quantitativo – perché la “democrazia dell’ignoranza” prevede soltanto il conteggio numerico, non il giudizio etico, né quello estetico, politico e culturale, che ne appaiono i nemici naturali nella misura in cui costringono a tener conto della rischiosissima categoria della coscienza.

Non è per altro sorprendente tutto ciò, in un sistema sociale dove il marketing politico e quello commerciale sembrano confluire, in accordo con l’identificazione tra due soggetti in teoria distinti, quali sono il popolo detentore della sovranità ultima politica e la massa dei consumatori.

Appare allora tragicamente profetica la battuta di un vecchio film americano, nel quale un tycoon discute col proprio figlio, nel suo studio al trentesimo piano di un palazzo. Il vecchio, spazientito di fronte al candore del figlio, si alza, va alla finestra e gli mostra la folla che sciama laggiù in basso: “Guàrdali – dice – so benissimo che metà di quella gente disprezza me e i miei prodotti, ma a me basta l’altra metà per essere ricco”, aggiungendo poi che anche gli altri, quelli schizzinosi, a lungo andare dovranno fare i conti con lui, con la sua ricchezza e col suo potere.

Un quadro di questo genere è veramente assai lontano dalla società come l’avevano immaginata i liberali che lottavano per la caduta dell’ancien regime e per l’avvento delle istituzioni democratiche, ed è infatti proprio questo il problema che si ripresenta ormai con cruda insistenza nelle nostre democrazie occidentali, e tanto più nella nostra che parte con un pesante carico di ambiguità storiche e culturali: la democrazia può limitarsi ad essere un puro libero gioco elettorale tra partiti o candidati contrapposti?

Questa domanda assume un significato più ampio, se la consideriamo coronata da altre domande che ne mostrano le molte sfaccettature: la democrazia è un valore che riguarda la società o le istituzioni? Il rifiuto dello stato etico implica una società e un regime che prescindono da un’etica comune? Esistono valori che devono essere sottratti alla logica della maggioranza? …, e così via, fino ai temi che più pragmaticamente investono il comportamento del potere, le situazioni di guerra e di governance che più tendono ad assottigliare la distanza tra il regime democratico e quelli autoritari o totalitari.

Qualche risposta alle domande precedenti l’hanno data, nel corso del ‘900, sia il fascismo, sia il nazismo, con la loro critica feroce verso i “ludi cartacei” del gioco elettorale e verso ciò che appariva caotico, immoralistico e materialistico nella società democratica borghese.

Ma la novità di questi ultimi decenni sta nel fatto che la medesima destra, che non si fa eccessivi scrupoli a ricondursi al fascismo, non appare più – come allora – nemica della “deriva democratica” intesa come volontà di una maggioranza che rompe i rapporti di classe, ma anzi sembra fermamente interessata a fare della maggioranza il fondamento populistico del proprio potere, e difende a spada tratta il diritto di questa maggioranza a legittimare qualunque valore e qualunque proposta.

Una visione che sfocia in quello che è stato definito il “totalitarismo democratico”, ossia un regime che scavalca lo stato di diritto, l’equilibrio dei poteri, i diritti delle minoranze, e ogni altra dimensione che non sia quella della sovranità diretta e inappellabile della “maggioranza”.

Una simile mutazione non dice niente di particolare sulla destra che ne è protagonista – se non la sua connaturata mimesi con il mutare dei tempi – ma dice moltissimo sulla società qual è divenuta nei decenni post-industriali, della cultura di massa e della globalizzazione.

Tutto questo, ci si può chiedere, emana dalla semplice lettera di una moglie addolorata, o in odore di divorzio?

Sì, se si mettono insieme a questa altri mille fenomeni ed episodi.

E poi, non si tratta esattamente di una cosa di poco conto, e lo possiamo capire se immaginiamo di trasporre il gesto alla corte carolingia o nei delicati equilibri della monarchia costituzionale britannica, dove lo schiaffo di una regina consorte o l’accusa di una first lady poteva troncare il destino di uomini per altro verso potentissimi.

La pretesa di banalizzare tutto, di ricondurre ogni cosa alla dimensione de “l’uomo qualunque” fa parte di quella propaganda populistica, nella quale la mediocrità serve all’identificazione ruffiana della maggioranza con il caudillo di turno, che ha il carismatico destino di dimostrare come con gl’ingredianti di questa mediocrità si riesca a costruire la gratificante figura di un piccolo-grande superuomo.

Piero dm

30 gennaio, 2007

Tante volte, la natura … 

Cromosomi, fantasiosi e sorprendenti.

I figli dei calciatori non riescono mai a fare i calciatori, tanto meno al livello del loro padre, e neppure i figli dei grandi scrittori, dei pittori, e perfino le cucciolate dei cantanti vedono assai raramente uno di loro essere illuminato dalla grazia del talento paterno.

Invece, incredibilmente, i figli – e perfino i nipoti, i fratelli, le mogli, le amanti – dei giornalisti sono travolti con insospettabile vigore da una tumultuosa trasmissibilità del genio originario, che denuncia la capacità mutante del cromosoma di essere contagioso come un virus, al quale basta la semplice contiguità, sia essa parentale o sentimentale.

 

Questo secondo fenomeno è attualmente allo studio, sebbene con una concentrazione di mezzi minore che non la lotta contro l’AIDS, ma in compenso è abbastanza chiaro ciò che avviene nel meccanismo genetico del primo tipo: un calciatore o un cantante, un pittore, uno scrittore – anche quelli di livello non eccellente – devono saper giocare a pallone o cantare, dipingere, scrivere.

Si vedono, stanno lì, è difficile barare, ed è difficile già nella fase in cui l’eventuale aspirante comincia a calcare i campetti o a mettersi davanti allo specchio a gorgheggiare.

 

In attesa tuttavia che la scienza biologica ci renda ragione di una tale, sorprendente varietà della fenomenologia cromosomica, possiamo aiutarci con alcune constatazioni empiriche.

Nel mondo dell’informazione, specialmente televisiva, c’è una proliferazione di dementi, di portatori e portatrici di microfoni, d’imbecilli e d’ignoranti, così come nella carta stampata i giornali sono sempre più fatti con le notizie d’agenzia, e sempre più si alimentano di autoreferenzialità: non appena si richiede l’opera (disgraziatamente soprattutto intellettuale) di un contatto diretto con la realtà, le lingue e le penne s’inceppano, le lingue improvvisamente farfugliano, la sintassi s’aggroviglia.

Probabilmente la mutazione cromosomica non ha ancora messo a punto perfettamente i propri meccanismi.

O può anche essere che il sistema non abbia ancora modificato adeguatamente i mezzi di comunicazione – e la comunicazione stessa, tout court – per adeguarli a questo genere di fenomenologia cromosomica – tuttavia già adesso abbiamo il bene di doverci porre delle sane domande circa alcuni criteri di valutazione ai quali eravamo ottusamente soggetti: è proprio necessario conoscere la storia e la geografia, per parlare ad un “pubblico” di gente che la storia e la geografia non la conosce, e non gliene frega niente di conoscerla? E’ proprio necessario parlare e scrivere meglio di un commercialista, per operare in una società di commercianti e di aspiranti broker di assicurazioni?

 

Piero dm

25 gennaio, 2007

Quali regole? 

Il senatore Di Pietro, intervistato sulla sua passione juventina, ha dato l’ennesima dimostrazione di quale potere sconvolgente abbia il calcio.

Alla domanda sulla penalizzazioni inflitte ai bianconeri risponde che tutto sommato sono stati fortunati, perché poteva anche succedere che finissero in serie C, a termini di regolamento: e lui, Di Pietro, considera sacre le regole.

Poche righe sotto, però, si augura che
la Juventus possa subito tornare in A, più forte di prima, “per riprendersi ciò che le è stato ingiustamente tolto”.

Francamente è difficile trovare una logica comune a queste due affermazioni, e non varrebbe neppure la pena di perderci tempo, se non si trattasse di un importante uomo politico che in qualche modo usa la propria logica per governarci, e se non fosse che la medesima stravaganza si ritrova nei ragionamenti di una ragguardevole parte della nostra pubblica opinione.

Piero dm

24 gennaio, 2007

Quelli bravi. 

C’è una vulgata che recita, da ormai molti anni, quanto sia grande il divario di bravura tra nord e sud, anche nel calcio.

In parole povere, Milan, Inter e Juventus sarebbero società ben organizzate e condotte con saggezza e competenza, e a questo sarebbbe dovuto il predominio che esercitano sul campionato italiano.

Un postulato assurdo, non fosse altro per la constatazione che chiunque è in grado di fare circa la buona amministrazione di molte città centro-meridionali, contrapposta agli scandali e alle malversazioni che hanno imperversato a Milano e Torino, assai simili in questo alle pessime inclinazioni di altre città distribuite in tutta la penisola.

Se questo non bastasse, tuttavia, Roma e Lazio hanno dimostrato che – avendo la disponibilità di un pacchetto di miliardi – non è affatto impossibile raggiungere il vertice del mondo calcistico anche per società del centro-sud, e in tempi relativamente brevi.

Due scudetti, l’uno di seguito all’altro, che avrebbero potuto e dovuto essere almeno quattro o cinque, a giudicare dalla plateale evidenza del valore sportivo delle due squadre.

I miliardi di Cragnotti e di Sensi– sia pure con decisive differenze tra l’uno e l’altro – sono stati delle vere e proprie forzature, però, come quelle di un giocatore che, per sedersi al tavolo di poker dal quale era escluso, si sia indebitato oltre le proprie possibilità.

Questa forzatura è stata pagata, grazie anche all’opera più o meno esplicita che i loro concorrenti hanno livorosamente esercitato per difendere le proprie posizioni anticamente consolidate.

Ma i due giocatori hanno dimostrato che a quel tavolo di poker sapevano vincere: questo nessuno potrà mai negarlo ai due presidenti, nonostante il lavoro della massa di ascari del giornalismo sportivo italiano, che da anni cercano di seppellire l’evidenza di un calcio che – semmai fosse malato – lo sarebbe in tutte le sue estensioni geografiche e societarie, e non soltanto nelle sue espressioni romane o napoletane.

Una delle malattie più profondamente organiche, strutturali, di questo calcio è la mutazione sopravvenuta nell’ultimo decennio, che lo hanno trasformato da una competizione sportiva in una competizione tra miliardari: al 95% le classifiche dei campionati rispecchiano fedelmente la classifica della ricchezza societaria.

Una ricchezza societaria, s’intende, che non è quella che deriva dagl’incassi alla stadio o da altre fonti che sono intrinseche al gioco, ma dai diritti televisivi (manipolati in regime di oligopolio) e dal conto in banca dei presidenti.

L’Inter che sta guidando il campionato 2006-07 ha accumulato un deficit di mercato di oltre 160 milioni di euro, che andrebbero sommati alle altre centinaia degli anni precedenti: cifre che polverizzano qualunque criterio di competizione sportiva, oltre che qualunque discosrso sui “meriti” di allenatori o dirigenti di società.

Cifre che , a rigore di logica, dovrebbero polverizzare anche i bilanci della società, e  la sue esistenza stessa.

Ma ciò non avviene, il deficit viene azzerato dalla potenza finanziaria del proprietario, così come si verifica per le altre grandi super-miliardarie del calcio italiano e internazionale.

Uno dei momenti più avvilenti, e allo stesso tempo più sintomatici, di questo calcio fu quello in cui si profilava l’avvento dei petrolieri russi nella proprietà della Roma: un gran numero di tifosi si augurava che questo avvento si realizzasse, quale che fosse la natura e l’identità di questi eventuali proprietari, perfino quella mafiosa, nella logica perversa del principio che “a brigante, brigante e mezzo”.

Il brigante e mezzo russo è svanito, è rimasta Capitalia. Sensi e famiglia si sono rimessi in marcia con una notevole fatica, e adesso la società appare integerrima nei bilanci e virtuosa nei comportamenti.

Ma il prezzo è che deve partecipare – e competere – avendo speso nel rafforzamento della squadra 10 milioni di euro (faticosamente reperiti), contro i 160 di chi la precede.

Ovviamente, una situazione perfino peggiore si verifica nella Champion’s, che non per caso vede schierate nella fase finale tutte le società più ricche, gran parte delle quali hanno speso e spenderanno nel mercato cifre neppure comparabili con quelle dei giallorossi.

Questa situazione sarebbe sanabile, almeno nei suoi aspetti più estremi, senza eccessiva difficoltà, se appena si mettese mano a regole che commisurassero la possibilità di spesa agl’introiti sportivi, e che impedissero il risanamento surrettizio dei bilanci.

Ma regole del genere non le vuole nessuno, poiché limiterebbero innanzi tutto i guadagni di coloro che nel calcio ci lavorano, oltre al fatto nudo e crudo che chi ha un potere del quale abusare non ha alcun interesse a sottomettersi a regole del genere.

Piero dm

21 gennaio, 2007

Terra bruciata. 

Negli ultimi dieci anni credo di aver scritto l’equivalente di tre o quattro libri, partecipando alla discussione politica sulla sinistra, sul berlusconismo, sulla prima, seconda e quasi terza repubblica: ragionamenti politici da esposizione, quasi un revival delle articolesse di Rinascita, mica robetta.

Da circa un anno non si è spenta la voglia di scrivere o di partecipare, ma semplicemente non riesco più a rintracciare niente da dire che non abbia già detto, così tante volte e da tante angolazioni che la tastiera del computer si rifiuta di articolare ancora quelle parole.

 

La gran parte di ciò che sarebbe giusto dire in materia di Partito Democratico, cominciai a dirlo subito dopo la vittoria elettorale del centro-sinistra del ’96: si capiva chiaramente che quella era la strada tracciata, e che alla fine di quella strada c’era la dissoluzione della sinistra, non solo come partiti, ma soprattutto come dimensione ideologica e culturale della realtà politica italiana.

Con la candidatura di Rutelli, prima, e la riproposizone del Professore poi, anche il possibile residuo di un dubbio è stato definitivamente liquidato.

Nessuno è innocente, in questa storia, nemmeno quelli che adesso si smarcano dall’ultimo atto della dissoluzione: sono stati tutti partecipi nella difesa di quella linea tracciata che avrebbe inesorabilmente portato a questa conclusione, e l’hanno difesa, usando le stesse argomentazioni retoriche che ora usa Fassino – la ricchezza delle diversità, l’incontro delle diverse culture politiche democratiche, lo slancio in avanti della volontà, il coraggio di cambiare …

 

Adesso mi ritrovo qui, senza niente da dire, e peggio ancora, senza essere in grado di formulare pensieri su ciò che sento dire, sugli scontri e le polemiche, sui personaggi che muovono questi eventi.

Hanno bruciato il bosco, per fare spazio al pascolo, e in questo territorio smangiucchiato e desolato rimane un fortino, a guardia del nulla.

E infatti, questo è il vero e principale protagonista di questi anni terminali: il nulla.

 

Non c’è più ideologia, non c’è una riforma concreta di grande respiro che viene considerata essenziale, non c’è più neppure la bandiera – quella specie di nazionalismo, che sarà pure l’estrema risorsa dei delinquenti, ma almeno è una risorsa.

Un esperimento – come dicono gl’illusionisti nei teatri – mai tentato prima: essere carismatici teorizzando (e praticando) il rifiuto di tutto ciò che è carismatico.

Perfino nei congressi si è inneggiato alla mediocrità come nuovo valore trainante della coalizione – una vita da mediano, dimenticando che, se non c’erano Paolo Rossi e Bruno Conti, il valoroso Oriali poteva continuare a correre su e giù per i campi spagnoli fino a quando non lo portavano via i giardineri, rimediando tutt’al più come premio una lattina d’aranciata.

 

Siamo qui a difendere la sinistra, a dolerci per la sua dissoluzione: sentiamo che è giusto, ma non capiamo più quali valori, quale identità politica difendiamo.

Il fortino nel deserto dei tartari sembra proprio un bastione abbandonato – il territorio che sta di fronte ai merli di pietra sembra così uguale a quello che sta dietro, e a destra e a sinistra, in una muta desolazione.

 

In realtà, a me sembra che la domanda non sia se mai si debba fare il Partito Democratico, e – se sì – che cosa sarà questo partito.

La domanda che mi si impone da qualche anno è: è davvero necessario che esista una sinistra?

Una sinistra ideologica e di partito, intendo, ma a ben guardare il punto interrogativo può scavare ancor più nel profondo.

La risposta non è difficile per chi pensa che destra e sinistra siano due posizioni geometriche contrapposte, che si legittimano l’una con l’altra: esisterà sempre e comunque “una sinistra”, perché ci sarà sempre una posizione politica che sarà “più a sinistra” di un’altra – dimenticando che questo criterio stesso di valutazione ci sembra possibile oggi, quando viviamo ancora le estreme propaggini di una storia socialista e riformatrice.

Per chi crede che la sinistra si definisca in un progetto trascendente – ossia di trasformazione della società – la questione appare assai meno scontata. Non è per nulla stabilito che un tale progetto ci sia, specialmente se le forze politiche che per un lungo tempo lo avevano rappresentato arrivano a teorizzare esplicitamente che quel progetto è liquidato, non più perseguibile, kaputt.

La non dimenticata “teoria delle maree” esposta da Prodi qualche anno fa, e la mai smentita visione di Napolitano di un mondo dove le disgrazie di una globalizzazione capitalistica sono da considerare come “fenomeni naturali”, sono estremamente indicative a riguardo.

 

Dieci anni di erosione, di dissolvimento, cominciati quando – con la convinzione di una facile vittoria – la gioiosa macchina da guerra è stata beffata dal marketing berlusconiano, che ha saputo chiamare alle armi i riposti sentimenti di un paese intimamente e anticamente fascista.

Invece di studiare le proprie debolezze, e la realtà di un paese anormale, la sinistra ha combattuto il trauma, cercando la soluzione nelle alchimie di schieramento, nella consociazione strutturata con qualunque forza gliene desse l’appiglio, e specialmente con quelle che erano uscite polverizzate da tangentopoli e cercavano una qualsiasi via per rientrare in gioco.

Una specialissima attenzione è stata offerta ai sistemi elettorali, scovando la soluzione suicida del bipolarismo, che offriva per la prima volta la possibilità alla cultura intimamente fascista di questa nazione di candidarsi a governare, praticamente senza ostacoli.

 

Hanno bruciato il bosco, per fare spazio al pascolo, e ai margini di questo pascolo preme una folla composita, nella quale ognuno ha il suo gregge da far brucare: la politica come un suk di cammellieri e pastori di capre, un po’ nemici e un po’ alleati.

Bene.

 

Piero dm

18 gennaio, 2007

Eurosistemi. 

Immaginiamo un sistema ferroviario costruito per treni che non superino le cento tonnellate, con una velocità massima di centoventi chilometri l’ora.

Immaginiamo che, in questa rete, s’immettano cinque o sei convogli da duecentottanta tonnellate, che viaggiano a duecentocinquanta chilometri l’ora.

Probabilmente tutti, non solo gli “esperti”, direbbero che la rete non può reggere quel genere di treni, né più né meno.

O almeno, questo dicono se non sono pazzi.

Ebbene, dobbiamo pensare che in qualche settore la pazzia abbia preso sul serio il sopravvento.

Per esempio, nel mondo del calcio.

Il sistema governava – molto imperfettamente, ma con un suo raffazzonato ed empirico equilibrio – un arcipalego di società calcistiche di varia pezzatura, dalla piccola, provincialissima dal bilancio di un paio di miliardi, alle più grosse con bilanci che di miliardi ne mettevano in fila qualche decina.

Questa varietà creava ovviamente alcune disuguaglianze, e una certa gerarchia di potere, ma due elementi contribuivano a rendere l’ecosistema calcio a suo modo (cioè faticosamente) equilibrato: il fatto che l’arcipelago, con le sue diverse pezzature, si era creato col tempo e dunque adattandosi e adattando a sé l’habitat strutturale ed economico nel quale si trovava; in secondo luogo, il fatto che i sistemi nazionali fossero sostanzialmente “chiusi”, con la conseguenza che anche le società più grosse dovessero comunque avere un dialogo e un interscambio con le più piccole.

E aggiungiamoci pure il fatto puro e semplice dell’entità delle cifre assolute, che nei tempi più recenti rende assai diverso il significato del gap in percentuale tra i grossi e i piccoli bilanci.

L’avvento della pay-tv e una travolgente globalizzazione hanno cambiato in pochi anni questo sistema, o meglio, hanno introdotto nel sistema quei cinque, sei, dieci convogli di dimensioni sproporzionate di cui dicevamo all’inizio.

Juventus, Inter, Milan, in Italia, e Real e Barcellona, Chelsea e Manchester, viaggiano a cifre che hanno tre o sei zeri in più rispetto alle altre società europee.

I loro bilanci non hanno a che fare con una logica aziendale commisurata al gioco del calcio e al sistema nel suo insieme: derivano da una potenza finanziaria esterna alla società stessa, in grado di ripianare qualunque perdita d’esercizio, dai dieci ai duecento o trecento milioni di euro.

E’ evidente che non ci sono “regole” UEFA, non ci sono multe o sanzioni, che possano rappresentare un deterrente, quando le cifre della virtù sono misurate sulle migliaia di euro, cioè sullo stipendio che in una di questa grosse società percepisce un apprendista magazziniere.

Soprattutto, ne viene sconvolto il mercato degl’ingaggi dei calciatori, e le situazioni contrattuali, che infatti in questi anni hanno praticamente perduto ogni significato.

Non c’è giocatore, che si sia messo in mostra, in qualunque squadra anche di solida costituzione, che non riceva prontamente e ripetutamente l’offerta di passare armi e bagagli in una di queste società, con l’ingaggio moltiplicato per tre o quattro volte.

O, in alternativa, succede che qualunque società cerchi buoni giocatori si trova a sostenere la concorrenza a tutto campo di questi veri e propri moloch, che non a caso arrivano ad avere una rosa di quaranta giocatori tesserati, spesso tutti di livello mondiale e mandati in tribuna perché in panchina nemmeno trovano posto.

Il problema – l’ulteriore problema, diciamo – è che questa incetta di giocatori non solo fa lievitare enormemente gl’ingaggi e le cifre assolute del mercato, ma sottrae in sostanza i giocatori alle altre squadre, anche quando la squadra che li paga li utilizza poco o niente.

Si vedono tornei, come
la Champion’s League, dove anche ottime squadre, che fanno un bel gioco, non hanno un centravanti adeguato, e altre che di centravanti ne hanno sei o sette, alcuni relegati per mesi interi in panchina.

La globalizzazione, o almeno l’estrema internazionalizzazione, del mercato a sua volta impedisce la redistribuzione dei capitali nell’ambito dei sistemi nazionali, dove si svolgono i campionati.

C’è il fondato sospetto che si tratti di una precisa strategia di certe grosse società, quella di non investire nel mercato nazionale, in modo da conservare il gap che le divide dal resto del sistema.

Per esempio, sembra strano che il Milan abbia speso venti milioni di euro per un Oliveira, per altro poco sperimentato, e faccia una trattativa da mercato levantino per i sei o sette, o dieci milioni chiesti dalla Lazio per un giocatore sperimentatissimo e valido come Oddo.

Qualcuno, di fronte a questo quadro, parla di una “questione morale”.

Certamente c’è, molto consistente, molto grave, anche una questione morale: per esempio, per la cultura della vittoria a tutti i costi, per l’aberrante ideologia secondo la quale il valore di una squadra, di un giocatore o allenatore si misura sulla quantità di coppe e coppette che mette in bacheca, costruendo nella mentalità di tutti i giovanio che seguono il calcio l’ida di un mondo diviso tra “vincenti” e “perdenti”..

Ma in realtà, al di là della questione morale, c’è una gravissima crisi di sistema: la rete non può reggere dei moloch, per i quali non era stata pensata e costruita.

Il regolamento stesso del gioco del calcio – perfino il regolamento del campo, oltre a quello societario – non fu pensato a suo tempo per squadre con trenta, quaranta, sessanta tesserati.

Tutto appare così evidente, eppure niente si fa per salvare il sistema.

Anzi, molto si fa e si dice per giustificare ciò che rischia di sfasciare il sistema stesso.

Forse, è una questione di soldi.

Piero dm  

  

15 gennaio, 2007

Lupi da marciapiede. 

Spiegare la passione per una squadra di calcio è assolutamente inutile: chi la condivide non ha bisogno di spiegazioni – anche laddove la squadra sia diversa, ma uguale è la passione – chi invece è solo un tifoso non la capirà mai.

Ci sono squadre che s’identificano con la città della quale sono parte. I bambini non “scelgono” di farne la propria squadra, ma l’identificazione avviene quasi automaticamente, come in una specie di osmosi.

Le partitelle sui prati, poi nei campi di periferia, con i compagni di scuola, indossando
la Maglia con il numero del campione preferito, sono autentiche tappe dell’educazione sentimentale. E si vanno a cementare con le passeggiate nel parco della città, con i cinema, le visite ai parenti, i primi amori, le serate con gli amici. Con il profumo di mare, dove c’è il mare, con la luce e il profumo delle prime sere d’estate, con l’emozione di quel prato verde allo stadio, quando entrano in campo quelle maglie – quello stadio e quelle maglie.

Questa è la passione che esiste in città come Roma, come Torino di parte granata, come Napoli, Genova, Firenze.

Una passione che non ha niente a che fare con le vittorie, gli scudetti, le coppe e coppette nella bacheca della società.

Ci sono invece squadre “de-localizzate”, che hanno certamente radici in una città, ma che smuovono l’adesione in modo diffuso sull’intero territorio nazionale.

Il fenomeno dell’identificazione cittadina avviene solo per una parte della loro tifoseria, e si tratta in genere di quella parte più popolare che vive la città in modo vincolante.

Sono queste le grandi squadre di Milano e Torino, cioè la Juventus, l’Inter e il Milan.

Una parte degli stessi cittadini, e certamente quelli che vivono lontani da Milano e Torino, sono appunto “tifosi”, ossia gente che sceglie di parteggiare per una di quelle squadre. E parteggiano sulla base della vittoria, della gloria riflessa che gliene deriva, che somiglia al tifo che un piccolo investitore può fare per l’azienda della quale ha comprato una manciata di azioni.

Questi tifosi sono dei contabili, che hanno continuamente bisogno di contare e ricontare le vittorie ottenute, le medagliette appuntate sul petto.

Il collante che sostiene una tale genere di adesione è, poi, l’abitudine e la contrapposizione tifosa con le altre realtà del calcio, in una specie di gioco delle parti che diventa un destino.

A Roma la gran parte degli appassionati di calcio è di fede giallorossa, e solo una minoranza riesce a trovare la via per includere il biancoceleste e l’aquilotto tra i miti del proprio immaginario sentimentale.

Del resto, è davvero difficile resistere al fascino del nome stesso della nostra squadra, e all’impatto estetico di quel rosso amaranto e di quel giallo, scuro come un sole al tramonto.

E bisogna mettere nel conto un fenomeno che, sebbene non unico nel panorama calcistico, certamente a Roma ha una dimensione speciale: il fatto cioè che spesso la bandiera, il campione più importante della squadra è un romano, un ragazzo nato e cresciuto in uno dei rioni di Roma, dei Castelli, del litorale – da Ferraris IV a Bernardini e Amadei, da Cardarelli a De Sisti, a Francesco Rocca, a Di Bartolomei, Bruno Conti, Giannini, De Rossi, Totti. Campioni non solo dentro le mura, ma campioni in assoluto, e assolutamente romani. Visibilmente romani.

Il nuovo calcio dei Paperoni dei Mille Miliardi sicuramente mette a rischio l’intero sistema e accentua sempre più la distanza tra l’etica cafona e utilitaristica  delle vittorie e l’estetica della passione.

Ad ogni buon conto, però, non confondiamo i lupi con gli sciacalli. 

Piero dm