Archive for the ‘Rimmel’ Category

4 febbraio, 2007

La grazia. 

La leggerezza e la grazia di Rivera, la copertura di campo – l’avrei scoperto solo più tardi – di Crujif, la calma millimetrica di Ardiles.

Nelle partite meno importanti giocava con gli occhiali, tenuti fermi da un elastico, e per questo doveva escludere dal repertorio i colpi di testa.

Eravamo compagni di classe, nella sezione G del liceo Righi, dalla quale riuscivamo a ricavare l’intera squadra che rappresentava l’istituto in occasione di partite di calcio contro gli altri licei romani.

Si chiamava Stefano, ed era uno dei due veri campioni della squadra. Un ragazzo quieto, bello ed elegante, che a sedici, diciassette anni aveva la figura classica di un uomo dieci anni più grande, ma uno di quegli uomini che ad ogni età vedono il mondo con occhi semplici e idee chiare.

Vestiva sempre con giacca e cravatta, i capelli scuri tirati indietro, sorrideva spesso e parlava poco, a voce bassa e opaca.

La stessa grazia che aveva sul campo l’esibiva nel ballo – o forse era il contrario – in quei lunghi passi così demodé, in tempi di musica rock, più adatti allo swing di Sinatra e di Nat King Cole.

In questi voluminosi giri di valzer lento guidava con delicatezza il corpo quasi impalpabile della sua ragazza: l’avevamo conosciuto con lei, e l’abbiamo perso di vista anni più tardi sempre con lei, come una coppia mitologica, senza tempo e senza origini.

Ilia era minuta, delicata, fatta di niente, due grandissimi occhi scuri, capelli lunghi e sorrisi silenziosi.

Una volta, a casa mia, mi chiese una pillola per il mal di testa, e mi trovai solo con lei davanti ad uno specchio, mentre di là la musica e le chiacchiere dei compagni arrivavano soffocati dalla porta socchiusa. Mi appoggiò per un momento la fronte sulla spalla, e le sfiorai la schiena con la punta delle dita. Aveva un profumo che sapeva di rose.

Anni più tardi incontrai per caso Stefano, e ricordammo insieme quegli anni. Gli chiesi di Ilia, e fui sorpreso di sapere che si erano separati poco dopo la fine del liceo.

Mi raccontò che si erano rivisti, qualche tempo dopo, con il rimpianto e la malinconia degli amori che sopravvivono impossibili.

Eravamo in un caffè, tra i mille odori e mille rumori di piazzale Flaminio, ma rimase sospeso tra noi un lieve profumo di rose.

Piero dm

19 gennaio, 2007

Saxi. 

Un amico mi ha fatto notare che, nell’articolo su Rimmel, ho commesso una scorrettezza: ho confuso l’autore con il protagonista della canzone, attribuendo di fatto a De Gregori un’ipotetica relazione con la donna al centro del racconto.

E’ vero, non si usa chiamare in causa l’autore nelle vicende di un romanzo o di una canzone, neppure quando il racconto è dichiaratamente autobiografico.

Il mio errore tuttavia ha una ragione ben precisa.

De Gregori appartiene infatti a quel genere di autori che hanno una figura perfettamente coerente con le storie che raccontano, e che non si ha alcuna difficoltà a vedere in quelle scene che loro stessi descrivono, a pronunciare quelle parole, a vivere quelle relazioni.

Una dote, questa, che in realtà è una delle basi principali ed esclusive della grandezza di un interprete o un autore della musica popolare, che non è soltanto un musicista e un poeta, ma è chiamato a rappresentare una tipologia umana, un modo di essere e di sentire.

La compatibilità – meglio ancora la mimesi – tra il racconto e l’interprete equivale a quello che nel teatro è dato dal “verosimile”, ossia da un delicato equilibrio tra finzione, realtà, scenografia, complicità con il pubblico e capacità degli attori nel dare sostanza uamana ai personaggi.

Per rifarci ad un periodo che oggi possiamo chiamare “classico”, tutte le storie delle canzoni di Mina sembrano perfino create sulla sua stessa figura – dalla faccia clownewsca delle Mille Bolle Blu a tutte le vicende sentimentali nelle quali agisce una donna volitiva, arguta, spesso sarcastica ma comunque appassionata e sentimentale. Una donna uguale a ciò che era Mina, nella realtà.

Era lei , sempre, la protagonista di quelle canzoni, con quel tipo di bellezza, con quel viso, con quelle sfumature di voce, ed era impossibile sfuggire a questa stregoneria quando si ascoltava e si guardava Mina.

Lo stesso vale per Battisti, per Venditti, per
la Strambelli, e perfino per alcune band di questo periodo classico, quali i Nomadi e l’Equipe 84, ma in effetti si tratta di una qualità che distingue anche le rock star più recenti, da Vasco Rossi alla Nannini.

Un discorso più delicato riguarda invece un altro grande autore – forse il capostipite di tutti i nostri cantautori, cioè Gino Paoli. Discorso più delicato perché, forse, meno evidente.

Se si ascolta Sapore di sale, riesce difficile immaginare quell’uomo apparentemente ermetico, con i suoi occhiali scuri, sdraiato sulla spiaggia sotto il sole, che è un momento invece di abbandono e di liberazione.

Eppure la suggestione poetica della canzone dichiara che questa discrasia non viene percepita, o che – più verosimilmente – viene sentita come una contraddizione fisologica, forse la ragione principale del suo fascino.

Paoli, infatti, ricorda certi personaggi di Moravia, in specie il protagonista della Noia o quello del Disprezzo: personaggi ermetici e doppi, perché vivono e allo stesso tempo si guardano vivere.

Tutta la canzone consiste nel vivere un momento speciale, che però è speciale perché è proiettato già nel ricordo, e Paoli – con la sua voce contorta, il suo atteggiamento disilluso – sembra raccontare tutta questa scena guardandola dal di fuori, come se parlasse di un fratello o di un amico a lui caro, con un distanza fisica che l’assolo di sax rende indecifrabile, infinita.

Piero dm

16 gennaio, 2007

Come quando fuori pioveva. 

E’ strana, segreta, volatile la donna di Rimmel.

Non è una figura degli anni in cui la canzone è stata scritta, dominati e meglio rappresentati dalle figure femminili dell’amico Venditti – Lilly, Giulia, Sara, Cinzia e tante altre, ragazze problematiche e vagabonde,  tenere e vitali nell’epoca di un nascente femminismo.

La donna di Rimmel è classica, si sente quasi il profumo di uno chanel. E poi, quel collo di pelliccia sfiorato dal vento, che fa pensare perfino ad una donna sofisticata, più grande del giovane cantautore.

Una donna che vuole finire la loro relazione, e lo fa in un modo crudele, che una delle ragazze di Venditti non avrebbe mai usato, se non con un sorriso di complicità: “Hai ancora quella vecchia foto? Bene, tienitela cara, perché è l’unica cosa che ti rimarrà di me”.

Ma si capisce che è una cattiveria dovuta all’imbarazzo di  chi vuole nascondere la paura e il dubbio che dietro a quella fine ci sia un calcolo di  opportunità forse sbagliato. Quei calcoli che le giovani donne sono spesso chiamate a fare, in un momento della vita nel quale si profilano matrimoni e scelte assolutamente superiori alla loro esperienza  e alla loro forza: non basta un collo di pelliccia per fare di una giovane donna una signora accorta, che sa manipolare con grazia un ragazzo che ci aveva creduto davvero.

E questa donna è davvero evanescente, lieve, fatta di capelli che nascondono il viso e lo sguardo distolto, lampeggiante sotto le ciglia cariche di rimmel.

Una ragazza come certi nostri primi amori, sedici o diciassette anni vestite come signore dabbene, solo la gonna un po’ corta, tremanti e capaci di essere innocenti e cattive come cuccioli di lupo che stanno imparando a usare i denti.

Piero dm

11 gennaio, 2007

Gerani rossi 

Dopo aver dato l’acqua ai gerani, inariditi dal sole di fine agosto, con un gesto gentile il vecchio ripose in un angolo della terrazza l’annaffiatoio di zinco col manico sgangherato, che gli ricordava ogni volta la moglie Ersilia, nonostante che non ci fosse più da ormai molti anni.

Si sentiva la testa pesante e si passò la mano ancora vigorosa tra i capelli candidi.

Non era il caldo a farlo sentire pesante, non solo nella testa, ma anche nelle gambe e nelle palpebre.

Se quel vecchio fosse stato un sentimentale, avrebbe detto che si sentiva pesante anche il cuore.

 

Era un contadino, basso e largo, di quella zona dell’agro dalla quale erano provenuti quei legionari romani che avevano fatto migliaia di miglia, carichi di armature e di bagaglio, con i polpacci a fiasco e il collo grosso come un tronco.

Poco più che adolescente, aveva trasportato il vino in città, con il carro trainato dai muli, quel vino bianco e forte, da osteria, tipico di Genazzano e di Olevano, ma Roma gli era piaciuta al punto da lasciare la sua parte della terra ai fratelli e trasferirsi in Trastevere, imparando il lavoro di cameriere.

Era uno duro e severo, uno attento, implacabile, e ancora ragazzo era già cameriere provetto in uno dei caffè di moda, a ponte Garibaldi.

Tornava la notte, tardi, depositando silenziosamente i soldi della giornata sul comò della camera da letto, e prima dell’alba si vestiva lasciando la moglie e i figli a dormire nella vecchia casa di vicolo dell’Atleta.

Dopo la scissione di Livorno, fu uno dei primi cento iscritti a Roma al partito comunista.

Lasciò il lavoro di cameriere e mise un’osteria in proprio, in via de’Pianellari.

L’oste non metteva neppure una fiala d’acqua nel vino, ma la moglie dell’oste sì, per lucrare qualche centesimo da passare di nascosto ai cinque figli.

Negli anni fascisti era noto e, nelle feste di regime, lo venivano regolarmente a prelevare per fargli passare un paio di giorni in galera: imperturbabile, li faceva aspettare, gli offriva una fojetta di bianco, prendeva la borsa già pronta e li aspettava sulla porta che finissero di bere.

Nessuno, tra avanguardisti e camice nere di vario tipo, si azzardò mai più a mancargli di rispetto, dopo che una volta ne buttò in strada una mezza dozzina insieme a sedie rotte, piatti e fiaschi spagliati.

Era un guerriero che non amava la violenza, ma non ne aveva paura. Era uno stalinista.

Quando leggeva la sua copia dell’Unità, aveva sempre vicino un atlante e un dizionario.

I preti non li odiava, ma semplicemente li considerava una specie di truppa d’occupazione in suolo patrio, ai quali non bisognava dare confidenza, neppure nel pensiero.

Ma amava le chiese di Roma, con l’adorazione assoluta verso le cose belle che hanno quelli che non hanno studiato.

Aveva ottantasei anni, in quel mese d’agosto.

Un paio di giorni prima i carri armati sovietici avevano occupato Praga.

L’atlante che teneva sul tavolinetto, accanto alla finestra , non l’aiutava a spiegarsi quei carri armati, né tanto meno l’aiutava il dizionario, o le due copie dell’Unità che aveva letto e riletto fino all’ultima pagina.

Rientrando in casa si sedette con una pesantezza insolita davanti a quelle copie aperte e quasi consumate.

Appoggiò la testa candida sul palmo delle mani. Avvenne qualcosa dalle parti del cuore, e lo trovarono un paio d’ore dopo i figli, con le mani ai lati della testa e la guancia che copriva la foto di un carro armato.

Piero dm

7 gennaio, 2007

Si parte. 

Quel marciapiedino della fermata, a porta san Paolo, era come un’isoletta in un mare d’asfalto e di sanpietrini. Un’isoletta battuta dalla tramontana d’inverno, e da un sole africano d’estate.

Da qualunque parte ci si arrivasse, l’approdo su quell’isoletta avveniva dopo aver attraversato vialoni e piazzali immensi, e ancora più sconfinati apparivano a un ragazzino che, passando vicino al muretto della piramide Cestia, non ce la faceva ad affacciarsi neppure se si metteva sulla punta dei piedi.

Da una parte via Marmorata, dall’altra viale Aventino, davanti il palazzo largo e basso delle Poste e i giardinetti, dietro l’orizzonte quasi marino di piazzale Ostiense, che continuava come in una successione lagunare con il viale che porta alla stazione, dotata di un sagrato largo, lungo e desolato, come se si fosse per sempre appagato di aver ricevuto in pompa magna, appena una manciata d’anni prima, il fuhrer del Reich, e non avesse ormai più niente da mostrare se non il vuoto di una grandezza abortita.

Una zona di stazioni e di treni, ma ben dissimulati.

In un angolo, infatti, del piazzale Ostiense, una graziosa stazioncina accoglieva tutti noi fagottari romani diretti al lido di Ostia e alla pineta di Castelfusano.

Mia nonna abitava proprio dietro a questa stazione, ed ero diventato un frequentatore affezionato dell’edicola che era nell’atrio: la giornalaia, una signora severa e sorridente come una levatrice, con i capelli neri tirati in una crocchia spagnolesca, si allungava per prendere le mie venticinque lirette appallottolate e strette nel pugno, in cambio di un fascicolo dell’Intrepido o di un albo di Topolino.

Da quella casa dietro la stazione si vedevano solo i pantografi delle motrici e i tetti dei vagoni, che svettavano sopra il muro di tufo giallo.

Curiosamente, all’epoca, abitavamo in una stradina di Monteverde Vecchio, che da un lato confluiva in un’elegante via residenziale di villini, mentre dall’altro capo affacciava sul baratro della linea ferroviaria. Binari e ferrovie che mi avrebbero accompagnato ancora negli anni immediatamente successivi.

Viaggiavo poco – forse dovrei dire che non viaggiavo affatto, la mia era una famiglia stanziale – ma ero come una specie di casellante che affida un pensiero o uno sguardo ad ogni  vagone che passa, e di pensieri e di sguardi un ragazzino non manca mai.

Binari, vagoni, ferrovie, tram, e tanto spazio.
La Roma dell’infanzia è una città fatta di cielo e di vento, di vialoni, di prati, di giardini. Tanto mi ero abituato a questo spazio, che quando si andava nei vicoli di Trastevere a visitare qualche parente, non facevo neppure caso alle scale strette, alla puzza di gatto e di muffa dei portoni, all’antichità papalina dei fregi consumati, ma cercavo con gli occhi la striscia di cielo sopra la straduzza scura. D’estate, aggrappato al davanzale di quelle alte finestre trasteverine, riuscivo appena a vedere qualche tetto, ma rimanevo incantato a guardare ed ascoltare le rondini.

 

Su quell’isoletta, di fronte ai giardinetti di viale Aventino, finalmente arrivava
la Circolare , con uno sbuffo lieve e un vago odore di elettricità. Si sale, ci si accomoda nel posto preferito, e si parte.

Piero dm